L’inaffidabilità della Rete 4

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Nel mondo editoriale, il tema portante dei prossimi anni sarà il seguente: riusciranno i media tradizionali a traslocare indenni sul digitale, e a capire come sopravvivere senza i ricavi “cartacei”, relativi sia all’acquisto che alla pubblicità? Il piano pubblicato da RCS, colosso italiano che ha chiuso il 2012 con una perdita di 509 milioni di euro, è quantomeno ingenuo e semplicistico nel suo sviluppo (puntare sulla multimedialità e sugli ebook) ma stiamo comunque parlando di una realtà che, a livello di testate giornalistiche, conta ancora moltissimo sulle sovvenzioni statali.

La risposta che in questo periodo è sulla bocca di tutti è il paywall, ovvero far pagare i contenuti fruiti online, perlomeno dopo una certa soglia (20-30 articoli al mese). Si fa presto a dire paywall, però: c’è a chi funziona (New York Times), ma non è un dogma.

Nell’epoca della Rete e delle risorse gratuite, perché un lettore dovrebbe pagare per leggere degli articoli? Esistono almeno tre “pilastri” che concorrono, sovrapponendosi, a delegittimare la pretesa di un compenso da parte dei siti web d’informazione.

Il primo, di cui tratto in questo post, si chiama inaffidabilità. Vent’anni di World Wide Web ci hanno permeato con la convinzione che non tutto quel che troviamo in giro su Internet sia corretto o veritiero, le notizie in primis. La diffidenza è tanto più elevata quanto più è sconosciuta la fonte, ma generalmente si tratta di un sentimento comune, come dimostra questo sondaggio pubblicato da Forbes. Solo il 53% degli intervistati ritiene le news recuperate dalla Rete affidabili. Si tratta di un dato bassissimo.

L’introduzione dei social network non ha fatto altro che dilatare questa problematica, estremizzando le già presenti lacune sul fact checking. Anche in questo caso l’attualità ci viene in soccorso con un esempio illuminante. Nella serata di ieri, durante i momenti concitati successivi all’attentato terroristico alla maratona di Boston, uno dei giornali locali comunica via Twitter il nominativo del bambino rimasto ucciso, assieme ai nomi dei suoi genitori.

La madre, rimasta anch’ella gravemente ferita dall’esplosione, si chiama Denise Richard, e molti followers dell’account di notizie male interpretano il tweet confondendo la donna con l’attrice Denise Richards, che oltretutto non ha neanche figli maschi. Da questo momento inizia a “girare” la voce che il figlio della star americana sia rimasto ucciso nell’attentato. Stavolta non si tratta di un errore del media, ma nel Web 2.0 e nei social in particolare l’utente E’ la media company, e l’effetto “brusio” è molto più efficace perché raramente controllato o riconducibile, tanto che, anche a seguito di smentite o chiarimenti, basta inserire su Google la query “boston marathon denise richards” per ottenere decine di risultati.

In questi momenti Twitter (in generale ottimo per il citizen journalism) si comporta come un passaparola digitale, come un generatore di leggende metropolitane. Twitter viene però quotidianamente seguito anche da agenzie di stampa e testate online, per recuperare aggiornamenti e comunicati. Quando la notizia scarseggia, quand’è poco “sostanziosa”, il redattore di turno si affida alla ricerca di tweet mediante hashtag, per ascoltare le reazioni degli utenti…

Voi paghereste per un servizio che vi fornisce notizie false?

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4 thoughts on “L’inaffidabilità della Rete

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