Marini, Rodotà e l’influenza dei social

rodotapercheno

Sabato è stato eletto il “nuovo” Presidente della Repubblica (lo giuro, le battute terminano con questa riga). Sono stati giorni convulsi e drammatici per un evento che raramente ha attirato a sé tanta foga e curiosità come in quest’occasione. D’altronde, era la prima volta che l’elezione si svolgeva sotto i riflettori dei social media e alla presenza di uno dei gruppi parlamentari più numerosi che utilizza il Web come proprio canale di democrazia “diretta” (il Movimento Cinque Stelle).

Buona parte del dibattito in Rete è stato speso nel determinare se e quanto il Web stesso abbia influito sull’esito della votazione. Ho letto con curiosità vari post sul tema, che oscillano da un atteggiamento tecno-visionario ad un disfattismo minimizzante.

La mia posizione sul tema è un po’ articolata, proverò a riassumerla nelle righe che seguono.

L’impallinamento di Franco Marini

Luca Sofri è rimasto fortemente colpito da quanto accaduto durante la prima giornata di votazione, quando il candidato condiviso da PD e PDL, l’ex-sindacalista Franco Marini, non ha raggiunto il quorum dei 2/3 a causa di nuclei ben nutriti di grandi elettori del centro-sinistra che gli hanno votato contro, contravvenendo dunque all’indicazione pervenuta dalla segreteria del partito.

Potere della Rete, come sintetizza Sofri? E’ credibile pensare che “senza Internet” (i social, in particolare) Marini sarebbe stato eletto? La prima impressione può essere veramente quella, suffragata dai numeri che l’hashtag #Marini ha accatastato numeri importanti su Twitter: circa 19mila tweet e quasi 50mila mentions a cavallo tra il mercoledì 17 e giovedì 18 (questi dati li potete recuperare facilmente mediante Topsy), la quasi totalità dei quali con sentiment negativo.

Rumore, tanto rumore. La forza dei social è quella di essere un media multicast bidirezionale, dove i politici hanno i loro account come qualsiasi altro utente, con i quali possono interagire. Una gran differenza rispetto ai media tradizionali, dove il broadcast unidirezionale non concedeva alcun interlocutorio tra eletto ed elettorato, e dove l’unica occasione per il secondo di dare un proprio feedback all’operato del primo era dentro la cabina elettorale.

Il popolo della Rete non esiste

La valutazione di Sofri, seppur affascinante, mi sembra volutamente ingenua o quantomeno incompleta: è stata scritta tre giorni fa, la mancanza di una visione complessiva è dunque perdonabile.

Dopo l’eliminazione di Marini, la campagna per far convergere i voti del PD verso il candidato ufficiale del Movimento Cinque Stelle, Stefano Rodotà, è salita di tono, spinta da almeno un paio di hashtags (#RodotàPresidente#RodotàPerchéno): una “pressione” stavolta insufficiente, visto che i grandi elettori del PD si sono rifiutati di convergere (l’ha fatto soltanto il gruppo di Vendola), e Rodotà non è mai andato oltre i 213 voti.

I social funzionano soltanto nel clima dell’indignazione? Conta il numero dei tweet? Credo di pensarla come Fabio Chiusi e soprattutto come Massimo Mantellini: la portata di Twitter in Italia non è così mainstream come qualcuno ci vuole far credere, l’unico prodotto che viene utilizzato sul serio un po’ da tutti è Facebook, che però è anche assai meno “ordinabile” e predisposto per informarsi o crearsi un’opinione.

Il Popolo della Rete non esiste, siamo sempre noi. L’Italia è uno dei Paesi con la minor penetrazione della connessione a banda larga nelle case (stiamo intorno al 58-59%), i numeri delle consultazioni via Web del M5S sono quantomeno ridicoli e dimostrano che la presunta influenza dei social è (ancora) tale soltanto di “rimando”, quando innesca media tradizionali come la televisione che continua a contare moltissimo nella comunicazione nostrana.

Il successo del blog di Beppe Grillo (un personaggio già reso famoso dalla televisione, da quasi tre decenni) ci fa capire come i tempi di Internet come media auto-determinante non siano ancora arrivati, chissà quando arriveranno. Cosa ne sarebbe stato del M5S senza i comizi di Grillo in giro per l’Italia? Siamo tutti più o meno su Internet, ma quanti lo utilizzano realmente come unico mezzo d’informazione e d’opinione? Una minoranza. Internet può generare una miccia (scandali, ad esempio), ma la legittimazione “popolare” avviene ancora su altri “canali”.

Tornando nello specifico, la storia delle elezioni del Capo dello Stato ci insegna che i primi candidati hanno fama di venire regolarmente “bruciati”, e che i nomi meno papabili lo sono soltanto perché si ha l’accortezza di tenerli “nascosti” fino alla votazione giusta. Lato PD si sarebbero tanto preoccupati per l’effetto inciucio con Marini, per infine rivotare Giorgio Napolitano assieme al PDL?

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