Twitter, quando il “rumore” sovrasta la voce 1

Luigi Preiti

Ho passato un bel weekend (tra pioggia e sole) a Perugia, partecipando ad alcuni panel del Festival Internazionale di Giornalismo.  Per quattro giorni numerosi ex-colleghi (giornalisti) e neo-colleghi (blogger) si sono amorevolmente sforzati di trovare il bandolo della matassa in questo gran casino che sono diventati i new media, senza dimenticare i media tradizionali che, perlomeno in Italia, tengono ancora in piedi la baracca per la maggior parte di chi fa questo mestiere.

Una parte del leone l’hanno svolta i social media, come ovvio, Twitter su tutti. Numerosi sono stati gli evangelists che si sono spesi a favore di questo incredibile (quanto involontario) strumento d’informazione, quasi a voler spingere e “forzare” una migrazione che non è necessario sponsorizzare, perché esiste già nei fatti.

Ieri ecco piombare, in pieno Festival, lo study case che non t’attendi. Sparatoria in piazza a Montecitorio, proprio durante l’insediamento del nuovo Governo. Un fatto gravissimo e drammatico, che non può non suscitare empatia nelle persone, soprattutto perché ci ricorda molto da vicino tanti altri episodi accaduti durante un’epoca non meno buia di questa.

Come si poteva immaginare, pioggia di tweet in tempo reale su Twitter. Nonostante non si trattasse di uno di quegli eventi ideali per sfruttare le potenzialità del social creato da Jack Dorsey: estremamente circoscritto nello spazio così come nel tempo, si doveva prestare più ai comunicati delle agenzie di stampa, magari imbeccati dai rappresentanti delle Forze dell’Ordine, piuttosto che ad ipotesi, complottismi, dolori di pancia vari che hanno inondato la timeline.

Bastava sintonizzarsi sull’hashtag #sparatoria, nei minuti ma anche nelle ore successive al fatto. Migliaia di tweet, molti d’indignazione, ma molti altri con improvvisati reporter (rigorosamente casalinghi) che sparavano le loro ipotesi sull’attentatore: prima maghrebino, poi italiano, sicuramente insospettabile (era in giacca e cravatta, l’abito fa il monaco). Poi il cognome, prima Prete, poi Preti, soltanto dopo un po’ il corretto Luigi Preiti.

A cosa serve tutto questo “rumore”, se non ad accendere ulteriormente gli animi, e di sicuro a non comprendere cosa sta accadendo? Se poi anche giornalisti professionisti e pluri-navigati si prestano a questo “gioco”

In meno di 140 caratteri sono contenute ben quattro inesattezze. Un giornalista non dovrebbe verificare le notizie che dà? Sembrerebbe di no, visto che oramai è molto più importante l’immediatezza rispetto alla correttezza. Bisogna dimostrare di “essere sul pezzo” anche quando realisticamente non ci si può essere, sparare ipotesi e magari respingere la “concorrenza” dei citizen journalists grazie all’autorevolezza acquisita nel corso degli anni…

Personalmente dopo pochi minuti ho preferito chiudere Twitter e seguire le dirette alla radio e alla televisione. Anche in questo caso, colpevolmente, si è tergiversato per troppo tempo su ipotesi strampalate e sull’identità dell’attentatore.

Forse perché le notizie le prendevano da Twitter…

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