La morte di Andreotti e la memoria collettiva ai tempi di Internet

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La scomparsa del senatore a vita e pluri-premier Giulio Andreotti ci ha fatto ripiombare, per alcuni giorni, ai tempi della Prima Repubblica. Siamo però sicuri di ricordare bene quell’epoca? In fondo, molti di noi erano ragazzi, bambini, qualcuno non era neanche nato quando Andreotti rivelò in un’intervista le coperture del funzionario dei servizi segreti Guido Giannettini, quando Aldo Moro venne rapito nel giorno della fiducia al governo del “compromesso storico”, quando innumerevoli fatti di sangue macchiarono gli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Uno che ricorda sicuramente tutto della parabola politica di Andreotti è il presidente Giorgio Napolitano, che ha rilasciato questa dichiarazione ufficiale:

“Sulla lunga esperienza di vita del Senatore Giulio Andreotti e sull’opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell’attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico.”

E’ chiaro che le responsabilità istituzionali non possono venir meno nella stesura di un comunicato del genere, tuttavia la parte finale della proposizione non può che far pensare al riconoscimento di una figura ampiamente controversa e discutibile.

La (non) memoria su Internet

Tanti non possono ricordare, potrebbero però documentarsi con dovizia su Internet. Il problema è che non vogliono. O meglio, il problema è che non sanno di non volere.

La tendenza a semplificare (banalizzare) è sempre dietro l’angolo, perché anche sul Web, da un bel po’ di tempo, conta più l’apparenza (social) rispetto alla sostanza. Un tweet, un post al volo, qualcosa che rispecchi la nostra personalità, in sintesi. Polemica, buonismo, riflessione…il tutto molto più legato al nostro modo d’essere piuttosto che al vero significato di una certa notizia. O al giudizio su di una certa persona. I limiti personali sopravanzano le potenzialità del mezzo.

D’altronde le reazioni del mondo politico non si discostano da questa tendenza, con l’aggravante della partigianeria. C’è chi, come Fabrizio Cicchitto (ex-PSI), opta per una rivalutazione del Divo, con un’analisi che sembra un po’ auto-assolutoria:

“Con Giulio Andreotti muore una personalità che nel bene e nel male ha espresso lo spirito più profondo della Dc. Per lui la mediazione era l’essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci, ai grandi gruppi economico finanziari, agli alleati politici, fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese.”

C’è chi invece, come Giulia Sarti del M5S, che proprio su Twitter non usa mezze parole per definire lo scomparso statista:

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Un giudizio tranciante, che pur puntando il dito esclusivamente sul lato “oscuro” del politico DC, non può che essere fin troppo limitante.

Chi era veramente, Giulio Andreotti? Forse ha ragione il Presidente, soltanto la Storia potrà dircelo, sebbene a prima vista non sembri che in questo Paese s’imparino molto certe lezioni…

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