Enrico Mentana, Twitter e i media tradizionali

Enrico_Mentana_Twitter

Non potevo esimermi dallo spendere i miei “due centesimi” sulla questione Mentana-Twitter, dato che quasi un anno fa avevo già trattato in altra sede il tema del rapporto tra i VIP italiani e il social creato da Jack Dorsey. Questa volta, visto il tema del blog, vorrei focalizzarmi più sulla categoria che preferisco, quella dei giornalisti, che con Twitter hanno un rapporto di amore-odio piuttosto interessante da analizzare. Tralascio alcuni dettagli “tecnici” che sono stati già ampiamente (e sapientemente) trattati in alcuni post, tra cui cito quello di Massimo Mantellini.

L’amore per Twitter

Perché un giornalista dovrebbe amare Twitter? Perché è immediato e ha in larga parte sostituito compiti e funzioni della classica agenzia di stampa: non è casuale notare come in molte trasmissioni TV la giornalista che ha il compito di dare aggiornamenti su un “tema caldo” li recuperi dal Web se non dai tweet dei diretti interessati (politici e personalità di turno)…Twitter permette anche di tastare il polso della comunità (non con il ghettizzante appellativo di “Popolo della Rete”, se permettete) su temi d’attualità e politica. In breve: con Twitter, quotidianamente, molte redazioni confezionano articoli che riempiono pagine, cartacee e web, delle loro testate. Sulla qualità non mi esprimo, in questa sede.

L’odio per Twitter

Parallelamente, si sta sviluppando un odio non soltanto generato dagli utenti che scrivono sulla piattaforma, ma che molti esponenti della “vecchia guardia” giornalistica direzionano proprio verso Twitter. Adesso, poi, che il tema è divenuto talmente “caldo” da dominare i dibattiti nel media mainstream per eccellenza, la televisione (basti osservare la trasmissione “In Onda” di ieri sera). In questo periodo diventa molto semplice sparare su Twitter per cavalcare l’idea di una Rete stile “far-west” e invocare controlli e leggi speciali per arginare il fenomeno. Il tutto proprio mentre si sparano tweet a raffica, magari annunciando bufale non verificate.

Parliamoci chiaro: più un giornalista è famoso, più è una “prima firma”, più è soggetto al tipico trattamento riservato dai social ai VIP. Un giornalista di primo piano non ha bisogno di Twitter per reperire notizie o scrivere articoli, perché non ha bisogno di costruirsi uno stipendio sulla quantità giornaliera di redazionali scritti. Un giornalista famoso usa Twitter per misurare il suo ego, contare i followers rispetto ai colleghi, mantenere un’ampia visibilità multi-canale. Quando però arrivano le prime “contestazioni”, tutto il resto perde di motivazione.

Come ha scritto Mantellini, gli strumenti per bloccare e denunciare troll e spammers ci sono tutti, ma siamo sicuri che sia quello il problema? O forse si tratta di un mancato adattamento di chi fino a ieri ha controllato i media tradizionali, e ora si trova a dover condividere (alla pari o quasi) con delle persone “normali” i new media? E’ un problema fornire risposte per chi fino a ieri ha soltanto posto delle domande?

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