Internet e il problema di diventare “mainstream”

mainstream

Ho seguito con molto interesse le recenti polemiche riguardanti l’intervista di Laura Boldrini (e le relative denunce per diffamazione nei suoi confronti), e quelle esplose attorno alla prima condanna in tribunale per un blogger. Per quanto riguarda l’abbandono di Twitter da parte di Enrico Mentana, mi sono spinto a dire la mia in un post.

Preferisco tirare le fila a freddo, senza inseguire un titolo e il relativo buzz mediatico, senza andare a cogliere le keywords più fruttuose per un’immediata indicizzazione in prima pagina su Google. Ritengo vi sia un filo conduttore più ampio che lega tutte e tre le vicende, qualcosa con cui stiamo un po’ tutti avendo a che fare, negli ultimi tempi, anche nel Bel Paese in cui lo si vive con (colpevole) ritardo rispetto al resto del mondo occidentale: Internet è diventato popolare, estremamente popolare.

Il problema è che, più che altro per limiti tecnici, ci sono voluti molti anni affinché ciò avvenisse, e questo ha creato un gap generazionale e culturale che ha diviso i “pionieri” dagli ultimi arrivati.

Ho avuto la fortuna (e il privilegio) di essere un “navigatore” (si diceva così) dal 1996, non tra i primissimi, ma comunque in netto anticipo rispetto al resto dello Stivale. Per anni il Web è stato il porto degli informatici, degli smanettoni, degli asociali e di qualche visionario che anche in Italia riusciva a renderlo un business, evento che negli States era l’ovvia normalità. Diciamola tutta, Internet era un porto franco dove molti si rifugiavano per sfogarsi da una giornata “reale” insoddisfacente, dove dietro un nickname si poteva acquistare una fama ed una reputazione assai prominenti quando magari nella vita di tutti i giorni si era degli individui anonimi, dove si respirava quella libertà un po’ clandestina che poteva (perché no) farti imbattere anche in qualche truffa.

Chi ha vissuto quell’epoca, in molti casi ora è un influencer e ne scrive in giro per blog, social ed ebook, e difficilmente accetta l’arrivo degli utenti basic, persone che non hanno gran dimestichezza con il mezzo tecnologico oppure che si limitano all’utilizzo di pochissimi siti o applicazioni per smartphone,  e si arriva presto allo scontro telematico. Chi si è costruito il primo sito con Geocities , chi faceva ricerche usando Altavista, è un po’ soffocato da “questa” Rete, dal mondo filtrato dei social, si sente meno libero rispetto al passato ed è in qualche modo infastidito che persone che non hanno la minima consapevolezza di ciò che c’è dietro ad Internet ne facciano parte tanto quanto loro.

Chi è nuovo della Rete, invece, desidera ritrovarci degli aspetti famigliari e rassicuranti. In larga parte non è un appassionato di tecnologia e preferisce l’ordine, le regole stringenti, l’identità bene in vista, tutto ciò che possa rendere Internet inoffensivo, affidabile ma inevitabilmente meno “potente”. Non appena le cose vanno diversamente da come le ha preventivate, c’è il fondato rischio che la persona possa di colpo abbandonare il mezzo a cui si era lentamente avvicinato. In questo gruppo ci sono anche le istituzioni che, pur in presenza di un apparato legislativo, fanno fatica ad inquadrare ed adattare le nuove entità: un blog può essere considerato una testata giornalistica?

Perché questa distanza? Internet non ha avuto una penetrazione immediata, ma ha scavato tra le due classi di utenti un salto generazionale molto ampio (15-20 anni); da questo punto di vista radio e televisione (due media comunque passivi) hanno avuto una penetrazione assai più rapida, tanto da non creare distanze, anagrafiche ma soprattutto culturali, tra i propri ascoltatori. Permanendo le differenze di gusto, tutti fruiscono di quei media alla stessa maniera.

Ma il Web non è un media esclusivamente passivo…

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