“La grande bellezza”: perché è un gran film e non potrà piacere a tutti 3

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Mi sono preso alcuni giorni per metabolizzare la visione de “La Grande Bellezza”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino presentato al Festival di Cannes. Non solo per l’innegabile complessità della pellicola, esacerbata dall’averla vista in seconda fila (sala stracolma di gente, forse ingannati dal cast da commedia all’italiana?) con la testa piegata all’indietro per tutta la durata del film. Credo soltanto che Sorrentino abbia voluto un po’ strafare con questo film, che abbia affrontato il progetto con l’idea, sin dall’inizio, del dipinto socio-generazionale da tramandare ai posteri, e vi abbia sacrificato parte della struttura narrativa.

“La dolce vita” rivisitata a distanza di cinquant’anni? “Il grande Gatsby”? “La grande bellezza” racchiude in sé alcuni dei messaggi delle opere di Fellini e Fitzgerald: lo sguardo disincantato, in parte deluso, in parte sconfitto, la consapevolezza nel nascondere l’assenza di un futuro in un presente così esibito ed effimero.

Il protagonista Gep Gambardella, interpretato dal sempre magistrale Toni Servillo, rappresenta appieno la dicotomia cronologica di quasi tutti i personaggi degni di menzione (da citare un’ottima Sabrina Ferilli) all’interno del lungometraggio: un passato glorioso (un romanzo d’esordio acclamato e premiato dalla critica), un presente squallido (giornalista di gossip, protagonista di tutte le feste mondane della decadente nobiltà borghese romana), un futuro inesistente (ricominciare a scrivere?).

Gep guarda con distacco l’evoluzione delle vite dei suoi “amici”, ma è anch’egli una vittima della decadenza che lo circonda, della volgarità che lo risucchia in party “estremi” tenuti in location da sogno del Centro Storico della Capitale. L’occhio bonario e onirico “alla Fellini” è dunque un lontano ricordo, si preferisce colpire duro a suon d’immagini forti.

L’ambizione del regista ha portato la pellicola ad una durata importante (due ore e trenta minuti), che non può non incidere sulla qualità percepita dell’opera, probabilmente fin troppo accentuata nei toni didascalici, e che si conclude con una flebile apertura di speranza per il futuro. Il film è assolutamente da vedere, con la certezza che lo catalogherete come una “carrellata di feste boccaccesche” oppure come un capolavoro del post-realismo italiano. Di sicuro, non vi lascerà indifferenti.

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