Siamo sempre connessi, ma non ci conosciamo

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E’ possibile che proprio l’era del social networking sia così fortemente caratterizzata da una conseguente e irrisolta solitudine umana? L’evoluzione tecnologica, e di Internet in particolare, ci ha messo a disposizione una serie di strumenti di comunicazione remota real-time che ci hanno condizionato più di quanto siamo disposti ad ammettere. Uno strumento non può essere considerato “neutro”, se ci porta a modificare le nostre interazioni con il mondo esterno, soprattutto con gli altri. Quante volte vi capita di sollevare il capo, in metropolitana, e osservare tutte persone chinate sul proprio smartphone? Oppure in ufficio, colleghi che si mandano email o chattate pur essendo seduti l’uno di fronte all’altro?

In sintesi, la tecnologia ha esteso la capacità di raggiungere persone (amiche o mai incontrate prima, in egual misura) in capo al mondo, ma ha impigrito l’esigenza di un’interazione diretta e “umana”, limitando i rapporti al minimo indispensabile oppure, da prospettiva inversa, al “meglio di niente”. Su questo paradosso introdotto dalla comunicazione mediata, e sulla surrogazione robotica delle esigenze affettive, ha indagato l’antropologa statunitense Sherry Turkle, autrice di Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, un saggio che completa una trilogia di opere, dal tono di preoccupazione crescente, dedicata al rapporto tra uomo e tecnologia.

Gestire delle relazioni umane “complete” è percepito sempre più come una fatica inutile, viene considerato più efficace limitarsi alla messaggistica, evitare di vedersi se non addirittura di parlarsi (il numero di chiamate telefoniche sta crollando a favore delle applicazioni di instant messaging). Preferiamo delegare, semplificare, evitare complicazioni, arrivare dritti allo scopo. Efficiente, forse, sicuramente molto freddo, distaccato e impersonale. Se negli anni Novanta la divisione del tempo tra “vita reale” e “vita virtuale” era garantita da un tempo limitato di connettività su Internet, la rivoluzione mobile ci ha tutti portati ad essere sempre online, a sovrapporre le nostre due esistenze, con la seconda (onnipresente) che ha lentamente fagocitato la prima.

Quanti comportamenti e abitudini sono stati cambiati da Facebook? Tanti, uno su tutti è il più simbolico ma anche il più significativo: il termine “amicizia”. Il social di Mark Zuckerberg ha sdoganato questa parola, banalizzandola e facendole perdere valore. Su Facebook qualsiasi utente ha numerosi amici, in un calderone che mette praticamente sullo stesso piano l’amico trentennale col quale sei cresciuto assieme e lo sconosciuto aggiunto per distrazione o perché ha un gran numero di connessioni in comune. Tutti amici, insomma. Tutti connessi e pronti a scambiarsi qualche battuta, insieme ma soli, alienati l’un l’altro e dal rapporto sporadico e superficiale, senza conoscersi veramente. Tutte persone apparentemente connesse, ma ineluttabilmente isolate. Non può non venirvi in mente la scena finale del film “The Social Network”. Sarà ora di preoccuparsi, oppure è già troppo tardi?

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