Il giornalismo al cinema

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Cosa ne pensate del mondo del giornalismo raccontato al cinema? L’ottava arte ha molto contribuito a creare un alone di fascino attorno alla professione del giornalista: sono innumerevoli i protagonisti esaltati dall’iconografia hollywoodiana (e non solo) che avevano il tesserino. Sarà per questo che in Italia una persona su cinquecentocinquanta è iscritta all’Ordine?

Battute a parte, la storia del cinema ci ha regalato una lunghissima sfilza di titoli che tratteggiano più o meno tutti gli aspetti conseguenti ad essere un giornalista: la vita di redazione, la ricerca dello scoop, le inchieste, i giochi di potere, il rapporto con la politica…nulla è sfuggito alla macchina da presa. In questo post voglio focalizzarmi su alcuni dei più importanti capolavori all’interno dei quali il giornalismo era tema portante, e protagonista.

Quando si parla di giornalismo al cinema, non si può non iniziare da Prima Pagina, commedia teatrale scritta nel 1928 da Ben Hecht, che ha conosciuto numerose trasposizioni sul grande schermo, tra le quali le più note sono quella di Howard Hawks del 1940 (La signora del venerdì, con Cary Grant e Rosalind Russell) e quella di Billy Wilder del 1974 (Prima Pagina, con Jack Lemmon e Walter Matthau). Il fatto che il grande Wilder abbia accettato di girare un remake può farvi capire il valore di questo script, che affianca i toni della commedia brillante ad una critica pungente su come i giornalisti, scendendo a compromessi, possano divenire più la “voce del potere” piuttosto che il “guardiano del popolo”.

Che il rapporto tra media e politica sia fortemente interconnesso è noto, così come sono ovvi i tentativi, da parte della politica, di controllare (e spesso manipolare) i media; la pellicola più appropriata per approfondire questo tema è Citizen Kane di Orson Welles, da molti considerato come il più bel film della storia (in Italia Quarto Potere, 1941). La vita di Charles Foster Kane, magnate dell’editoria in grado di controllare letteralmente le notizie, viene passata in rassegna nelle due ore di pellicola, intervallata dai rari momenti intimistici che ne segnano una complessiva infelicità.

“Questa è la stampa, amico. E non ci puoi fare niente.” Quante volte avete sentito questa frase? Si tratta di un estratto de L’ultima minaccia (1952), film di Richard Brooks che vede Humphrey Bogart negli inconsueti panni di un direttore di giornale che si oppone alla prossima chiusura della sua testata per portare a termine un’inchiesta contro un’organizzazione criminale.

Più incentrato sulla ricerca ossessiva dell’audience e sull’addomesticamento delle platee televisive è Network di Sidney Lumet (in Italia Quinto Potere, 1976), un classico anni Settanta con un cast stellare (William Holden, Faye Dunaway, Robert Duvall) segnato da una straordinaria performance di Peter Finch (Oscar miglior attore protagonista) nei panni di Howard Beele, un commentatore televisivo licenziato per i bassi ascolti del suo show che, durante uno sfogo fuori-programma, si trasforma in un seguitissimo tele-predicatore. Parodia, toni tragici e grotteschi si intersecano in una pellicola che non può non far riflettere sul potere dell’etere negli ultimi decenni del Novecento.

Quando la storia diventa cinema, poi, il fascino raddoppia. Tutti gli uomini del presidente, diretto nel 1976 da Alan J. Pakula, è basato sull’omonimo libro dei giornalisti Woodward e Bernstein, interpretati da Robert Redford e Dustin Hoffman, che con la loro inchiesta e il susseguente scandalo Watergate, portarono alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Il giornalismo da premio Pulitzer, quindi, quello che tutti vorrebbero fare anche se magari finiscono con lo scribacchiare articoli “copia e incolla” presso qualche sconosciuta webzine.

Per quanto riguarda il giornalismo fatto di reportage, non possiamo non citare Professione: Reporter (1975) di Michelangelo Antonioni, con Jack Nicholson nel ruolo di un giornalista televisivo che prende i panni di una persona morta e si lancia in un’avventura gialla, misteriosa, narrata con tecniche documentarie. In un ambito più reale (è storia) e bellico, abbiamo invece Salvador (1986) di Oliver Stone, con James Woods ad interpretare il reporter Richard Boyle, che dapprima racconta la guerra civile, per poi diventare parte attiva nella fuga dei civili dall’inferno.

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