Facebook e il gusto dello sputtanamento

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E’ già da un po’ che funziona così, e il caso recentissimo di Massimo Di Cataldo non è altro che la rappresentazione mainstream di cosa possa avvenire con un cattivo, o quantomeno distorto, utilizzo dei social network, su tematiche private famigliari, drammatiche, addirittura a sfondo penale.

Questo post non vuole essere una presa di posizione su quanto è accaduto o accadrà nelle sedi opportune tra Di Cataldo e la compagna, ma vuole analizzare come certe dinamiche che dovrebbero appunto appartenere a tali sedi sembrino ormai destinate, sempre più, a divenire materiale da “pubblica piazza” piuttosto che da iter giudiziario. Il processo mediatico, sulle bacheche di Facebook, è istantaneo e senza appello, e anticipa l’intervento della forze dell’ordine o dei magistrati, che giungono inevitabilmente in ritardo come i Carabinieri di Don Matteo.

Se fino a qualche anno fa si era condannati solo di fronte alla Legge e, a meno di fatti gravissimi, la condanna poteva rimanere circoscritta alle cerchie più intime, ora si è già colpevoli prima di andare a processo. In questo l’effetto di disintermediazione operato dalle piattaforme social come Facebook diviene ancor più forte, perché esclude ogni possibile filtro “professionale” che potrebbe essere inserito dai media tradizionali. Questo meccanismo non è esclusivo di situazioni gravi come quella di Di Cataldo, s’innesca per qualsiasi motivazione, anche le più futili: ragazzine che si contendono il fidanzato, episodi di bullismo, mogli che pizzicano il marito a flirtare, e così via.

L’accusa arriva diretta dalla vittima, e la platea (che è anche giuria) interviene direttamente con commenti al vetriolo, sentenze avvelenate ed inappellabili. Stiamo forse tornando all’epoca del lancio della pietre?

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