Wifi e scuola 2.0: due passi avanti, tre indietro 1

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Il weekend appena concluso non è stato affatto positivo, per noi fautori dell’innovazione applicata alla quotidianità della vita. Il cosiddetto “decreto del fare”, che in linea teorica prometteva dei significativi passi in avanti nella liberalizzazione e nello sdoganamento istituzionale della tecnologia, sta giorno dopo giorno perdendo i pezzi, registrando numerosi dietro-front che rischiano inesorabilmente di farci restare in uno stato di inaccettabile arretratezza rispetto al resto del mondo occidentale.

Wifi “libero”

La questione sulla liberalizzazione del Wifi è tra le più “antiche”, nel panorama delle norme che affrontano il tema della rivoluzione digitale. In Italia, dai tempi del Decreto Pisanu, non è mai stato semplice aprire la connessione wireless pubblicamente: notevole burocrazia per richiedere le autorizzazioni (all’Estero non serve), più altri obblighi sul mantenimento dei registri di accesso.

In sintesi, una montagna di cavilli che finivano con lo scoraggiare chiunque avesse la minima intenzione di fornire questo servizio ai propri clienti. Il “decreto del fare” prometteva bene: cancellazione dell’obbligo di autorizzazione, del registro e anche dell’identificazione degli utenti, con una conseguente de-responsabilizzazione dei proprietari della wifi, che potevano aprirla liberamente senza farsi carico dell’eventuale uso illegale condotto dagli utenti.

Prometteva un po’ troppo, quindi, e il problema era già emerso. L’emendamento approvato nei giorni scorsi in commissione, però, è più che un passo indietro: è una restrizione mal scritta. Chiedere ai gestori della wifi di tenere dei registri con l’associazione tra IP e MAC Address è un paletto molto restrittivo, obbligarli ad assegnare un indirizzo pubblico per ogni utente è tecnicamente impossibile (sono finiti!).

Quest’ultima annotazione ci fa sperare che il testo definitivo, quello che verrà trasformato in legge, sarà differente. Nelle condizioni attuali, nessun gestore di hotel, negozio, per non parlare di un privato cittadino, potrebbe essere incentivato a prendersi una responsabilità del genere. E’ anche abbastanza chiaro che esistono dei soggetti “pesanti” a cui il Wifi libero dà parecchio fastidio (gli operatori telefonici, sempre più proiettati ad avere un core-business sulle connessioni-dati).

La scuola digitale

L’altro “tema caldo” è quello riguardante lo slittamento dell’obbligo per le scuole di dotarsi di libri scolastici anche in edizione digitale, portato all’anno scolastico 2015/16. Sebbene le parole del ministro Carrozza, che hanno argomentato questa scelta, siano quantomeno discutibili:

«L’accelerazione sui libri digitali non poggiava su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale, così come non sono state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti a un uso massiccio di apparecchiature tecnologiche».

La decisione ha provocato la solita montante indignazione, ma anche qualche sparuta ed intelligente riflessione, come quella di Galatea, sull’inadeguatezza complessiva del sistema scolastico italiano di fronte all’innovazione. A che serve avere gli ebook se le scuole non sono attualmente in grado di fornire un numero sufficiente di tablet con connessione wifi agli alunni per poterne fruire? Non bisognerebbe pensare di formare il personale docente all’utilizzo di queste tecnologie?

Vista in un contesto del genere, la decisione di slittare l’inizio adozione può avere un senso, senza attingere alla solita dietrologia lobbystica che chiama in causa gli editori scolastici, non pronti all’adeguamento e timorosi dei rischi della pirateria informatica. Purtroppo, anni e anni di occasioni gettate al vento ci hanno reso tutti più diffidenti rispetto alle reali capacità dei nostri governanti di dare una spinta ed una direzione costruttiva verso il futuro. E’ sempre difficile mettere d’accordo l’anima più progressista e quella più conservatrice della nostra popolazione, per questo assistiamo a improvvise accelerazioni (come il regolamento per il crowdfunding) e brusche frenate. L’assenza complessiva di una cultura dell’innovazione fa il resto. Non è per questo motivo che siamo il solito Paese immobile, che guarda l’evoluzione passare via?

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