Berlusconi, la Cassazione e la fine della Seconda Repubblica 2

Silvio Berlusconi condannato in Cassazione

Berlusconi condannato in Cassazione, una condanna definitiva. Doveva succedere, prima o poi. Soltanto i veri ultras del (ormai ex) Cavaliere, quell’improbabile Esercito della Libertà che da qualche mese imperversa in Rete e nei comizi, credevano in una possibile assoluzione del loro mito. Non lo credeva chi aveva seguito, nel dettaglio, tutta l’evoluzione giudiziale dell’ex-premier, soprattutto per questo processo Mediaset, meno mediatico di altri (pensiamo al pruriginoso caso Ruby), ma alla resa dei conti ben più insidioso.

La conferma della condanna a 4 anni per Silvio Berlusconi (la pena accessoria d’interdizione ai pubblici uffici è stata rimpallata alla Corte d’Appello di Milano che dovrà decidere se comminare tre o cinque anni) significa, aldilà di una bomba mediatica estiva, la fine di un’epoca. Perché, nonostante i primi tempestivi tentativi di rassicurare il proprio elettorato, la giornata di ieri ha rappresentato senza dubbio la fine di un’epoca.

Nulla sarà più come prima

E’ vero, qualcuno lo aveva scritto già quasi due anni fa, quando Berlusconi fu costretto a dimettersi da Presidente del Consiglio sotto i colpi dello spread. L’evoluzione degli eventi lo aveva però rimesso in gioco, azzardando un quasi riuscito sorpasso nei confronti di Bersani e del PD alle ultime elezioni, nel Febbraio di quest’anno.

Si trattò, nel Novembre 2011, di una (pesante) sconfitta politica. Questa volta si tratta di un duro colpo personale, alla propria reputazione, all’immagine vincente costruita in vent’anni di politica e quasi cinquanta d’imprenditore. La sentenza della Cassazione certifica, per la prima volta, che Silvio Berlusconi è da ieri un pregiudicato, il mito dell’impunità è crollato e gli effetti non sono prevedibili. Senza contare che in autunno è prevedibile che arrivi la seconda mazzata, quella dell’interdizione dai pubblici uffici, che può metterlo fuori gioco anche a livello prettamente tecnico.

Potrà comunque Berlusconi sopravvivere politicamente con un ruolo “alla Grillo”? Questa è una domanda che forse preoccupa più il suo entourage di partito, dato che il PdL (o Forza Italia, che dir si voglia) è sempre stato un’entità basata sull’icona di Berlusconi e che, nei rari momenti di sua lontananza, ha visto un crollo di consensi e un possibile sfaldamento delle correnti al suo interno.

Quel che resta del berlusconismo

Si sente parlare, da un po’ di tempo, di fine della Seconda Repubblica, ovvero di quel periodo politico che va da Tangentopoli ai giorni nostri. Esso coincide, non casualmente, con il ventennio del berlusconismo. Sarebbe azzardato ed erroneo affermare che da ieri cali il sipario sulla vita pubblica di Berlusconi, è però indubbio che già da qualche anno si sta tracciando un bilancio, sempre più definitivo, di cosa resterà di questi vent’anni.

La più pesante eredità del berlusconismo, peggio dell’insipienza al Governo, peggio dell’incuranza della cosa pubblica, è stato l’impoverimento del dibattito politico, ridotto ad una guerra mediatica, una perenne campagna elettorale per sconfiggere il “nemico”; una guerra combattuta sulle macerie di un Paese sempre più ignorante, incattivito e pasciuto di populismo, una guerra alla quale nessuno dei suoi avversari si è mai sottratto.

Pesanti sono, in tal senso, le colpe della Sinistra italiana. Ieri sono stati molti coloro che hanno, in Rete e non, “festeggiato” la sentenza. Questo tipo di reazioni sublima il concetto di “schieramenti” su cui si è sempre basato il messaggio berlusconiano. Festeggiare significa affermare che aveva ragione lui, Silvio B.: si era in guerra. Lo sono state (quasi sempre perdenti) tutte le varie incarnazioni del centro-sinistra, da sempre appiattite su un eterno contraddittorio di forma (conflitto d’interessi, questioni morali e di giustizia…) e di poca sostanza (i problemi del Paese).

Non è un caso che negli ultimi anni questo Paese abbia visto nascere, quasi sempre, delle forme politiche “contro”, e dal linguaggio strettamente populista. L’Italia dei Valori di Antonio di Pietro (contro Berlusconi e le ingiustizie), lo stesso Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (contro la casta politica) sono i migliori esempi: l’altra faccia della stessa medaglia costituita dal partito personale berlusconiano.

E’ proprio questo, l’aspetto più inquietante: se il Centrodestra trema per la possibile perdita del suo leader, senza il quale sembra totalmente inetto, il Centrosinistra appare altrettanto confuso e privo di riferimenti, alle prese con lotte interne che rischiano di fargli perdere l’occasione attesa da vent’anni.

La vera domanda è: questo Paese è pronto e desideroso di andare oltre Berlusconi?

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