Un Paese soggiogato dal culto della mediocrità 1

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Ieri il Presidente Giorgio Napolitano ha nominato quattro nuovi senatori a vita, scelti tra le eccellenze italiane in campo artistico e scientifico. Nomi piuttosto noti come Renzo Piano e Claudio Abbado, nomi pieni di lustro e di polemiche come Carlo Rubbia (nel 2005 venne silurato dalla direzione dell’ENEA dall’allora ministro Claudio Scajola), nomi sconosciuti al grande pubblico come la neurobiologa Elena Cattaneo, che soltanto a seguito della nomina si è vista riconoscere da Wikipedia una pagina biografica.

Le polemiche, nonostante la complessiva inattaccabilità e apoliticità dei personaggi, non sono mancate. Aldilà delle consuete puntualizzazioni sugli stipendi targate M5S e Lega Nord, l’impressione è che, ancora una volta, si punti “al ribasso” su delle questioni nelle quali puntare “al rialzo” aiuterebbe tutti. Perché l’eccellenza genera altra eccellenza, la mediocrità lambisce nella mediocrità.

Non mi riferisco soltanto alla mediocrità oggettiva, ma allo sdoganamento e alla giustificazione della mediocrità e dell’incompetenza, della quale questo Paese è oramai intriso. Di questo sentimento si è fatta (ahinoi) portavoce la classe politica, che mai come in questo caso ha rappresentato, esacerbandoli, i pensieri dei suoi elettori.

L’incompetenza al potere è divenuto un manifesto “implicito” nell’esperienza politica di Berlusconi, che ha cavalcato il consenso popolare sull’onda di un approccio diverso da quello della “solita politica”, basato sulle sue capacità imprenditoriali. Gli anni Novanta hanno visto, quindi, lo sgretolamento (favorito anche da Tangentopoli) della figura del “politico di professione”, a favore di una figura più personalista e carismatica ma complessivamente priva del profilo da statista che avrebbe dovuto appartenergli.

Un’altra forma di populismo è quello proposto da Beppe Grillo e dal suo Movimento Cinque Stelle. Si tratta di un populismo differente (che parte dal “basso”), ma che in sintesi di riconduce ad un leader-padrone (Grillo), rilanciando la figura del Cittadino che si prende direttamente in carico i destini del proprio Paese. Con Grillo si va oltre il berlusconismo, si sottende l’idea che la politica non abbia bisogno di competenze “tout-court”, che possa dunque farla chiunque.

In questi esempi ritroviamo gran parte del gusto per la banalizzazione che pervade lo Stivale. All’italiano medio, l’eccellenza e la cultura (in qualsiasi campo) non interessano. Soprattutto, non gli interessano i sacrifici che esse comportano. I suoi protagonisti li sente lontani, è stato persuaso di averli a distanza, di non comprenderli o apprezzarli. Non è raro che li avverta inoltre come dei privilegiati che possono permettersi di praticare la loro arte perché non hanno problemi di sussistenza.

Storicamente, non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui i termini “cultura” e “popolare” entravano nella stessa frase, un tempo in cui la gente leggeva i romanzi di Moravia e Calvino, un tempo in cui al cinema si andavano a vedere i film di De Sica (Vittorio), Fellini o Monicelli, un tempo in cui gli sceneggiati a puntate erano tratti da Dostoevskij e il teatro in TV non era introvabile.

Non è difficile trovare uno spartiacque nell’avvento della televisione commerciale, negli anni Ottanta. Esautorata dal suo ruolo di servizio pubblico, la TV è divenuta dapprima lo scenario per affascinare lo spettatore, raccontando di mondi e vite affascinanti e irraggiungibili (i film di Hollywood, ma soprattutto le grandi serie televisive), per poi coinvolgerlo nell’idea che per fare la televisione non vi fosse bisogno di una particolare preparazione (l’ondata dei reality show capitanata da Il Grande Fratello), né che vi fosse bisogno di una lunga gavetta (i talent show, gli artisti già famosi prima di esserlo). Uno spettatore sempre più addomesticato e facile da invogliare ai consumi, l’ideale per gli inserzionisti pubblicitari. Ma anche per i politici. Non è casuale che sia Berlusconi che Grillo siano stati dei protagonisti della TV commerciale: il primo l’ha creata, il secondo, rinnegante o rinnegato, vi è diventato famoso. Il cerchio si chiude, alla fine.

D’altro canto, anche il mondo della cultura ha le sue colpe. Quella più grave è di non aver né combattuto né sfruttato la crescente alfabetizzazione televisiva delle nuove generazioni, auto-limitandosi, forse anche sdegnata, nella propria nicchia, a debita distanza dal mainstream. Teatro costoso, per pochi (e in crisi). Cinema d’autore, che sopravvive sovvenzionato dallo Stato. Riviste letterarie, idem. E’ divenuto quasi un vanto, quello di aborrire la parola “popolare”, come se si trattasse di un nemico o di un virus da sfuggire. Dimenticando che non vi è cultura senza diffusione.

Saremo mai più in grado di ricucire questa distanza?

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