Telecom (non più) Italia e lo scorporo della Rete

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Da due giorni circa, da quando cioè è stata lanciata la notizia dell’aumento della quota di Telefonica all’interno della società controllante Telco, in Italia si è tornato a parlare sulle prime pagine di Telecom Italia. Era prevedibile che la politica cavalcasse un tema così forte come il controllo strategico da parte di una corporate spagnola sulle azioni dell’ex-monopolista statale delle telecomunicazioni (tutt’ora leader di mercato).

La globalizzazione e la situazione-Telecom

E’ ingenuo scandalizzarsi o richiamare l’orgoglio nazionale per una società privata (da più di 15 anni) che diventa controllata da una holding estera: nella società globalizzata si tratta di una vicenda nella norma e, sebbene se ne parli poco, esistono anche aziende estere controllate da capitali italiani (Luxottica, Fiat, Lottomatica, ecc…). Il fatto che Telefonica sia attualmente l’azionista di riferimento non esclude che, nei futuri aumenti di capitale (il prossimo a giorni), la situazione possa mutare.

Le premesse non eliminano però le perplessità sull’operazione: la presenza oramai preminente di Telefonica come controllante potrebbe costringere Telecom Italia a vendere le proprie partecipazioni in Argentina (Telecom Argentina diventa nazionalizzata?) e Brasile (Tim Brasil, probabilmente ad un ente terzo), a causa di un conflitto d’interesse dell’azienda spagnola, già presente in questi mercati. Nonostante le risposte sconfortanti date ieri in Senato, il presidente Franco Bernabè ha ammesso che queste dismissioni rappresenterebbero un forte ridimensionamento per il gruppo, visto che a differenza della parte italiana, in costante perdita nei bilanci trimestrali, queste due aziende continuano a produrre utili.

Le colpe della politica

Diciamola tutta, l’urgente audizione al Senato di Bernabè è sembrata a tutti una mossa di “facciata” di chi non si è più curato della questione da anni. D’altronde, sulla vicenda-Telecom tutto l’arco costituzionale politico ha i suoi scheletri negli armadi. A cominciare dal centro-sinistra: fu il Governo Prodi, nel 1997, a vararne la privatizzazione, lasciandosi all’epoca una quota esigua (circa il 3%), per un’azienda ad azionariato diffuso, senza gruppi di riferimento. Quest’assenza di forti azionisti italiani sarebbe stata l’origine dei problemi, accresciuti dalla debole gestione-Colaninno, per poi passare alla traumatica gestione-Pirelli di Marco Tronchetti Provera con la dolorosa fusione TIM-Telecom Italia che finì con l’affossare un’azienda in saluta e d’eccellenza mondiale nel settore mobile.

Su Telecom le parole sono state spese da tutti, anche da leader recenti come Beppe Grillo, non senza incoerenze: questa è una dichiarazione di Grillo all’assemblea degli azionisti Telecom del 2010, quando invocò la vendita a Telefonica, quest’altra è invece degli ultimi giorni, di tenore opposto.

La questione-scorporo

L’operazione di Telefonica rischia inoltre di far congelare, a tempo indeterminato, un processo del quale si parla da tanto tempo, e che appare fondamentale per gli sviluppi futuri sia della nostra infrastruttura nazionale, sia del mercato delle telecomunicazioni: lo scorporo della rete. L’Agcom sta facendo pressioni da tempo, d’altronde Telecom è stata già multata per aver abusato della posizione predominante sul mercato, non va comunque sottovalutato che uno spin-off del genere è stato sinora attuato soltanto in Nuova Zelanda.

Lo scorporo dovrebbe concretizzarsi nella separazione, in due aziende differenti, del settore infrastrutturale e del settore commerciale di erogazione dei servizi (fisso e mobile); nell’entità gestore della Rete entrerebbe la Cassa Depositi e Prestiti con una quota rilevante, nella stessa ottica di quanto fatto per l’energia elettrica (Terna) e per il gas (Snam). L’azienda garantirebbe il medesimo livello di accesso alla Rete a tutti i player del mercato, compreso ovviamente Telecom Italia stessa; un’altra funzione dell’azienda, sotto il beneplacito statale, sarebbe quello di ammodernare e ampliare la bisognosa Rete nazionale (fibra, aumento copertura nazionale della banda larga, ecc…).

Il problema è che ora gli spagnoli hanno diritto di veto su questo tipo d’operazioni della loro controllata…possiamo permetterci di lasciare in mani estere un’azienda che tra le altre cose ha anche il compito di fornire alle Forze dell’Ordine e alla Magistratura intercettazioni e altro materiale sensibile per la Sicurezza Nazionale? Sicuramente, come affermato dal viceministro Catricalà, lo scorporo si può imporre per decreto legge, diverso è il discorso sulle quote aziendali, la cui vendita non si può obbligare. Avrebbe senso una Rete scorporata, ma non nazionalizzata?

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