Bill Gates, Zuckerberg e il soluzionismo della Rete 1

Mark-Zuckerberg-Bill-Gates

L’intervista rilasciata da Bill Gates al Financial Times è in realtà assai più interessante di quel che i giornali italiani, con i loro titoli piatti e mono-tinta, vogliano far intendere. No, non si tratta di capire se “Internet salverà il mondo”, se mai qualcuno sarà in grado di arrivare ad una sentenza così semplicistica, è in gioco un dualismo assai più ampio, quello tra società e tecnologia.

Il fondatore di Microsoft ha lanciato delle stoccate ben precise a chi, come Mark Zuckerberg, ritiene che dotare di una connettività ad Internet il resto della popolazione mondiale (5 miliardi di persone), quella che vive nei Paesi poveri o in via di sviluppo, possa dare loro una spinta per allinearsi agli altri, per uscire da quel ghetto di povertà e arretratezza in cui si trovano. Gates ritiene invece che in quei Paesi esistano ben altre priorità, più basilari, come vaccinare i bambini da malattie da noi estinte, oppure fornire loro un’istruzione adeguata, e impedire che muoiano di fame.

Chi genera l’impulso per imprimere cambiamenti epocali nel nostro mondo, la tecnologia o la società? I padri del determinismo tecnologico, come Marshall McLuhan e il suo allievo Derrick De Kerckhove, ritengono che ogni nuovo media abbia inciso (e inciderà) profondamente nei comportamenti di una società, e che bisogna convivere con la consapevolezza (e le dovute precauzioni) dello sviluppo tecnologico come elemento trainante per l’evoluzione umana. Non è un caso che un altro allievo della scuola McLuhan, Marco Pigliacampo, abbia preso le distanze da Gates con un pezzo sull’Huffington Post.

L’idea di Zuckerberg è fondata su solide basi, dunque? Probabile, ma non posso fare a meno di notare uno scarto generazionale tra i giganti dell’IT mondiale. Mentre la generazione dei Gates e dei Jobs non pensava ad altro che a fare business con le proprie imprese, e nel caso del primo usava mezzi non proprio a favore della libera concorrenza, i nuovi tecnocrati avanzano comunque la pretesa (e il desiderio?) di usare Internet per rendere il mondo migliore. Oltre al progetto Internet.org finanziato da Zuckerberg, infatti, esiste il Loon Project di Google, che sta lanciando una serie di palloni aerostatici per portare la connessione nei paesi più poveri.

Questi esempi dimostrano come la rivoluzione mediatica di Internet sia assai più profonda di quella, antecedente, introdotta dal personal computer. Internet si porta dietro una serie di “retaggi” culturali della filosofia hippy che ne è stata la base fondante e ha pervaso i campus universitari di fine anni Sessanta-primi anni Settanta, dove le prime bozze della Rete hanno visto la propria nascita. Rendere il mondo un posto migliore, un posto libero e accessibile a tutti, dove condividere le proprie esperienze. Gli esiti sono stati finora contraddittori, anche cercando di guardare con un occhio positivo. Il mondo è ancora pieno di dittature e conflitti, di povertà e malattie, e basta dare un’occhiata a quei Paesi che ultimamente sono assurti a potenze economiche mondiali (Cina e India), per notare come la presenza di Internet non abbia affatto eliminato i grandi disagi della popolazione e dei lavoratori sfruttati.

Aldilà dell’insolita impressione che può lasciare, nei panni del magnate filantropo, a chi lo segue dagli anni Ottanta, Bill Gates porta dei solidi argomenti alla sua tesi. Internet senza altri appigli civili di base, può funzionare e dare reali benefici? O rischia di essere un propulsore di disuguaglianze? Questo dibattito riporta alla mente le recenti tesi espresse da Evgeny Morozov nel suo ultimo libro. Basta un click per risolvere i problemi? L’approccio “soluzionista” da parte di Zuckerberg e degli altri è abbastanza palese, il rischio che, essendo guidato da iniziative private, si trasformi in una vera e propria colonizzazione, è tutt’altro che campato per aria.

Forse, mai come in questo caso, ci sarebbe bisogno che la società diventi leader e non follower della tecnologia.

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