L’Italia si chiama fuori da Internet

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Ci sono quei momenti in cui è difficile guardare con ottimismo per il futuro del tuo Paese. La speranza decade, quando ti trovi ad osservare come vengano commessi “errori” di origine atavica che non sono né ingenui, né tantomeno disinteressati, ma che provengono da quel retroterra culturale reazionario, autarchico e fortemente auto-conservatore che temo costituisca la spiccata essenza della nazione italiana.

La settimana passata ha visto una tale protervia di provvedimenti opposti allo sviluppo dell’economia digitale nel nostro territorio, da far pensare male. Pensare che non siano né un caso, né una coincidenza temporale.

Innanzitutto l’approvazione del nuovo regolamento AGCOM sul diritto d’autore, come spesso avviene un capolavoro di contraddizioni e  scelte non chiare, tra cui la competenza della procedura tra AGCOM e Tribunali ordinari. Sebbene l’Agenzia lo promuova come un regolamento mirato per le violazioni massive, che dire della seguente frase estratta?

“ogni persona fisica o giuridica che carica opere digitali su reti di comunicazione elettronica rendendole disponibili al pubblico anche attraverso appositi link o Torrent ovvero altre forme di collegamento”

Che dire poi delle agevolazioni fiscali approvate dal governo per l’acquisto di libri? Molto bello, un appoggio alla cultura, peccato che:

Misure per favorire la diffusione della lettura
Per favorire una maggiore diffusione della lettura dei libri cartacei è riconosciuta una detrazione fiscale del 19% sulle spese sostenute nel corso dell’anno solare per l’acquisto di libri muniti di codice ISBN, per un importo massimo di € 2000, di cui € 1000 per i libri scolastici ed universitari ed € 1000 per tutte le altre pubblicazioni.

Alla faccia del digitale! Non soltanto sugli ebook già pesa una tassazione IVA castrante (22% contro 4% dei libri), si discrimina anche nelle detrazioni. Non basterebbe fare riferimento sull’ISBN, che anche gli ebook possiedono?

Il capolavoro di quello che a tutti gli effetti possiamo considerare un movimento reazionario autarchico, però, è stata l’approvazione alla Camera della cosiddetta webtax (firmatario Francesco Boccia del PD), per la quale tutte le aziende internet che vorranno operare nel nostro mercato saranno costrette ad aprire anche una partita IVA italiana. Già definita “illegale” oltreoceano, sulla norma pende la quasi certezza di una sanzione in ambito UE, e dietro una parvenza di estremo protezionismo verso le imprese italiche, cela il rischio di ulteriori danni al nostro già malridotto tessuto imprenditoriale.

Che ne pensate di un Booking.com che, costretto ad emettere fatture ai nostri alberghi, applica l’IVA al 22% sulle commissioni trattenute dalle prenotazioni? Per un Big come Google che può comunque “assorbire” il cambiamento, quanti piccoli cadrebbero? E se altri Paesi seguissero questo “esempio”? L’azienda agricola che esporta vini nell’Est Europa dovrebbe pagare le tasse anche lì? Che ci sia bisogno di una regolamentazione, e possibilmente di un’uniformità fiscale, è cosa risaputa, ma la stessa va raggiunta in ambito europeo, senza iniziative maldestre di questo tipo che rischiano soltanto di creare problemi assai più ampi delle soluzioni.

Il “bello” è che esistono altre perle del genere pronte ad affondare il business su Internet nel Bel Paese: un inasprimento (500%!) del prelievo forzoso sull’equo compenso su smartphone e tablet, oppure l’introduzione del divieto di link verso contenuti giornalisti in rete in assenza di una precedente autorizzazione. Tutte mosse che si prendono i plausi di soggetti come SIAE, perfetta rappresentazione di una lobby (gli editori) che non ha saputo o voluto prendere il treno digitale, e che ora sta facendo di tutto per rallentarne la corsa.

Quel che preoccupa, oltre ad una complessiva ignoranza della materia digitale, è come certi provvedimenti vadano proprio nella direzione opposta di quel che dovrebbe essere il concetto di Rete: libera, liquida, trasversale. Invece che capirla ed esaltarla (anche economicamente, ovvio), si cerca sempre di recintarla in paletti di stampo medievale, totalmente anacronistici in una realtà sempre più globale. E poi ci si fa belli con mascherate come l’Agenda Digitale, e le decine di consulenti chiamati e pagati a delinearla…

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