Gli Anni Zero al cinema

Il primo decennio del ventunesimo secolo è stato indubbiamente complesso, da un punto di vista socio-culturale. Eventi politici ed economici transnazionali (l’attentato alle Torri Gemelle, la crisi dei mutui subprime…) ne hanno segnato lo sviluppo, la rivoluzione tecnologica digitale ne ha accelerato gli esiti. Sebbene siano passati pochi anni dalla loro conclusione, per poterne tracciare un’analisi retrospettiva definitiva, non possiamo esimerci dal notare come questo decennio sia segnato dalla crisi del modello occidentale. Gli Anni Zero hanno rappresentato la disillusione dalle promesse degli Anni Novanta. Promesse di un mondo realmente globalizzato, più libero, pacifico e senza divisioni o sfruttamenti. Siamo entrati in un nuovo Millennio e non solo non abbiamo visto quei risultati attesi, ma molte delle nostre certezze pregresse si sono sgretolate o quantomeno sono state scalfite.

Il mondo della settima arte, il cinema, seppur avviluppato in una generazione di derive creative (da videogame, fumetti…) e remake, è comunque riuscito a immortalare in alcune pellicole quel senso di disorientamento, paura e incompiutezza che questa decade ci ha lasciato, e che si propaga anche nel decennio successivo.

AmeliePoulainL’affabulazione di Amelie – L’inatteso e mondiale successo de “Il favoloso mondo di Amelie” (2001), di Jean Pierre Jeunet, ha fatto gridare al miracolo la stampa transalpina, da sempre non scevra di atteggiamenti sciovinistici. I paragoni importanti (Malle, Lelouch, Prevert…) non devono però far perdere di vista una pellicola che, dietro ad un impianto scenografico e musicale a dir poco iconografico, nasconde alcuni temi salienti che saranno poi ripresi dalla cinematografia post-11 settembre.

La protagonista, interpretata da una deliziosa Audrey Tatou, vive i disagi e le numerose titubanze di chi ha passato anni ad osservare le vite degli altri, e fatica a interpretare la propria. Ovattata nel suo universo di facezie e dettagli nascosti, Amelie si difende da un mondo che la spaventa, dipingendolo con toni fiabeschi. Non si tratta di un atteggiamento simile, nei modi quanto negli effetti, a quello tenuto dalla cosiddetta Generazione Bim Bum Bam, i nativi tra fine anni Settanta e i primi anni Ottanta?

lost-in-translationPerdersi e trovarsi nell’era global – In un’epoca segnata dalla globalizzazione, è ancora possibile sentirsi stranieri e isolati? Sofia Coppola, alla sua seconda regia, trova un’espediente logistico ambientando la sua storia in Estremo Oriente, nella lontana e caotica Tokyo. “Lost in Translation” (2003) ci presenta due anime avulse, per problemi linguistici, dal contesto in cui si trovano, ma che finiscono per trovarsi, pur avendo all’apparenza nulla in comune.

Bill Murray e Scarlett Johansson trovano una comunanza data dalla lingua, dal soffrire entrambi d’insonnia, e dal non capire la capitale e la vita giapponese. L’affinità si trasformerà in qualcosa di speciale, che fiorirà a dispetto della loro situazione sentimentale, durando il tempo della loro permanenza. In qualsiasi altra situazione non si sarebbero potuti trovare. Nell’epoca che ha abbattuto i gradi di separazione tra le persone, non esistono più muri tra le anime.

se-mi-lasci-ti-cancelloI ricordi e il peso emozionale – Il passato rappresenta la nostra identità, la nostra esperienza e spesso la motivazione per le nostre scelte presenti e future. Il passato è anche vita vissuta, emozioni e sofferenze. Perché, in una società sempre più tecno-centrica, non è possibile pensare di cancellare le esperienze “negative” dalla nostra memoria? Una su tutte, le relazioni sentimentali che ci hanno fatto soffrire. E’ questo il pretesto di “Eternal Sunshine of the spotless mind” (2004), una splendida e innovativa pellicola diretta da Michael Gondry, in Italia tradotta brutalmente in “Se mi lasci, ti cancello”.

Estremo nel pretesto ideato dallo sceneggiatore Charlie Kaufman, il film si sviluppa con un andamento onirico e surreale, i ricordi interagiscono con la loro cancellazione, le diverse sotto-trame s’intrecciano con quella principale, legata ai protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet. La richiesta palesata dai personaggi, ovvero quella di dimenticare, assomiglia tanto alla fuga dalle proprie responsabilità. In un’epoca dove le persone spesso si lasciano per via telematica, senza guardarsi negli occhi, evitare il peso emozionale delle proprie azioni ed esperienze non appare un’esigenza così peregrina.

tralenuvoleLa crisi dei legami di Reitman – Il tema del lasciare vincoli e legami viene esteso nel terzo film di Jason Reitman, “Tra le nuvole” (2009). Ryan Bingham (interpretato da un magistrale George Clooney) è un cacciatore di teste, il cui compito è andare per le aziende a licenziare le persone. La scarsa empatia emotiva che Ryan prova per i malcapitati che incontra in giro per gli USA è la stessa che egli riversa nella sua vita privata, racchiusa, idealmente e non solo, in uno zaino. Egli non si lega né alle persone, né ai luoghi, dato che praticamente vive tra aeroporti e hotel. Il suo unico scopo nella vita è racchiuso in uno status symbol, ovvero raggiungere il milione di miglia e ricevere la relativa carta dorata.

Lo scenario è dunque assai diverso dalla sceneggiatura di Kaufman; intanto perché qui non esistono espedienti futuristici e surreali. In secondo luogo, il contesto da post-crisi economica del 2008 aiuta a delineare un tessuto sociale ancor più lacerato, impaurito e privo di certezze. Il sogno americano, in sintesi, sembra assai lontano. Quanti di noi si sentono come Ryan Bingham? Sempre pronti a eliminare relazioni, amicizie, legami e pesi dal nostro zaino. Fino a quando non sentiremo il bisogno di aprirlo.

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