La fine dell’immaginario collettivo 3

Esiste un grande equivoco “linguistico” nella definizione dei mass media, e nel modo in cui essi siano stati fautori e alimentatori di quella che per decenni è stata descritta come “cultura di massa”. Si tratta di una sfumatura subdola, che ascrive alle masse un ruolo che non hanno mai avuto sinora, quello di promulgatori culturali. I mass media erano (e sono tuttora), infatti, il prodotto di una nicchia elitaria e ristretta di persone, che hanno diffuso e inoculato nelle rispettive audience la loro visione di società, costume, gusto, in sintesi il loro Bignami di cultura. Il termine “cultura di massa” andrebbe quindi rimodulato in “cultura per le masse”.

I mass media, quindi, propongono messaggi prodotti da pochi e diffusi verso la globalità, con poche distinzioni emerse in epoca più recente: il giornale altamente specializzato, la tv satellitare on demand, e così via. Qual è stato il più concreto contributo dei mass media alla società novecentesca? Quello di costruire una comune modalità di espressione per le persone, qualcosa che andasse ben oltre il linguaggio (la tv italiana ha realmente alfabetizzato il Paese negli anni Cinquanta), dei punti di riferimento, qualcosa che facesse sentire la gente figlia della propria epoca. Il cosiddetto immaginario collettivo.

Ecco alcuni esempi vicini a noi e al contesto italiano. Per chi è cresciuto negli anni Sessanta non si può non citare Carosello:

httpv://www.youtube.com/watch?v=T42xn6qLeYA

Mentre per la generazione degli anni Ottanta (più volte descritta come Generazione Bim Bum Bam) l’immaginario collettivo è segnato dai cartoni animati giapponesi:

httpv://www.youtube.com/watch?v=cKtWt-t3Ei4

Esistono ancora i presupposti per la formazione di un immaginario collettivo per le generazioni di giovani attuali e futuri? I new media, condotti da Internet, facendo opera di disintermediazione hanno dato il là effettivo per la nascita della cultura di massa, in un’era segnata dai prosumer, al tempo stesso produttori e consumatori di contenuti. Ogni utente è, a sua volta, una piccola media company. Come può sedimentare un’espressione che per definizione è “collettiva” in un contesto dominato dai personal media, da nicchie e audience ristrette e trasversali?

Pur essendo vero che una buona parte dei produttori “tradizionali” ha traslocato sul Web, dove continua a mietere successi (esistono, sono “nascosti” dietro i vari fenomeni virali che imperversano sui social), quanto può essere identitaria una presunta generazione-YouTube? Il legame debole delle relazioni online può surrogare una comunanza dettata da nazionalità, logistica, provenienza?

L’assenza di un immaginario collettivo può avere sia un’accezione positiva (un individualismo meno “pecorone”) che negativa (mancanza d’identità, di senso comune), la tendenza è comunque quella di considerare un suo futuro pensionamento, al pari dei mass media. A meno che, come alcuni ritengono, la trasformazione di Internet lo porti ad assumere dei connotati meno personalistici e più massificati di quanto non sia ora. Ma è credibile ipotizzarlo? Guardando ai trending topic delle varie piattaforme social, direi di sì.

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3 thoughts on “La fine dell’immaginario collettivo

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