La tecnologia subdola e l’effetto-delega 1

black mirror

Nei giorni scorsi mi è capitato di vedere gli episodi di Black Mirror, una mini-serie britannica di recente produzione che presenta degli episodi auto-conclusivi legati alla tecnologia che smette di essere utile e di migliorare le vite, diventando dannosa per l’uomo. Nel serial abbiamo un primi ministro costretto dalla viralità dei social a soddisfare un vile ricatto, un mondo distopico basato esclusivamente sulla gamification e i talent show, persone che possono gestire (e recuperare) tutti i ricordi della propria vita con un joypad, così come si fa con il profilo Facebook.

A parte il primo episodio, per il resto si viaggia in scenari futuristici estremizzati, ma che si basano su linee di principio che stanno nascendo in questi anni: i confini sempre più labili della privacy, la ricerca di una riprova sociale a dispetto di tutto, la forza “cieca” di Internet, sempre più prossimo alla metamorfosi in un mass-media senza controllo. Molte delle fobie possano apparire semplicistiche, lungo le puntate traspare sempre un senso di tensione e pesantezza sgradevole, ed è forse questo il limite della produzione. Sebbene il tono di utopia negativa possa prestarsi facilmente a narrazioni intriganti, il dipinto a tinta unica finisce per presentare un prodotto che, seppur interessante, contiene una deriva parodistica all’interno di un eventuale dibattito. Affermare che il troppo stroppia, seppur in maniera raffinata, è comunque un messaggio banale.

Se c’è un messaggio di Black Mirror da condividere è quello di non perdere mai di vista l’uomo, così come ripeto sempre all’interno del mio libro. Lasciato a se stesso, l’individuo finirebbe vittima dell’effetto-delega verso una tecnologia predittiva, ma esclusivamente orientata secondo le attuali logiche del business che governano gli algoritmi suggeritori dei vari servizi Internet. La consapevolezza s’accompagna sempre con l’autonomia di pensiero.

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