Equo compenso, la tassa che…c’è

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(Questo pezzo è stato pubblicato nell’edizione romana del 25 giugno 2014 di Leggo)

E alla fine decreto fu. Dopo mesi di polemiche, il ministro Franceschini ha firmato l’aggiornamento delle tariffe relative all’equo compenso per il diritto d’autore. Si tratta di un forfait presente dal 2009 sull’acquisto dei dispositivi tecnologici, volto a tutelare gli artisti i cui contenuti vengono memorizzati digitalmente, come “copia privata”.

Ha lasciato dubbi l’atteggiamento del Governo: nel comunicato stampa sono stati citati dati che ci vedono come una della Nazioni meno avide, ma si è “omesso” di dire che nel 2012 l’Italia è stato il secondo Paese della UE per cifra raccolta, dietro la sola Francia. Nonostante ciò, le tariffe sono state aumentate, rendendole modulari a seconda dei gigabyte di memoria del dispositivo. Si parte dai tre euro degli smartphone, fino a superare i cinque euro per i PC.

Un’altra omissione di Franceschini e dei suoi ha riguardato una ricerca commissionata dal predecessore Bray, dalla quale si evince come soltanto il 10% dei dispositivi venga effettivamente usato per produrre copia privata dei contenuti. La trasparenza non è stata dunque il leit-motiv di questo provvedimento, salutato da un tweet del Ministro: Il diritto d’autore garantisce la libertà degli artisti e i costi vanno sui produttori, non sui consumatori.”. Peccato che sempre in Francia l’equo compenso venga prezzato a parte dai commercianti, a conferma di chi la vede come una tassa. Una tassa che colpisce beni di consumo che non conoscono crisi, e che va a foraggiare la SIAE e i suoi autori più ricchi.

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