La stanza, la vita d’ufficio e l’alienazione

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Con buona pace di chi considera l’alienazione da lavoro una prerogativa degli operai in fabbrica, il Novecento e la diffusione del lavoro impiegatizio hanno introdotto tematiche interessanti relative alla vita in ufficio, sia di saggistica, sia di narrativa contemporanea.

L’alienazione da ufficio è in larga parte differente da quella della fabbrica, dove la fatica fisica e la ripetizione ossessiva della mansione incidono come un martello su quella incudine arroventata che è la psiche ferita dell’operaio. I drammi quotidiani dei “colletti bianchi” sono invece da cercarsi in due aspetti:

  • L’aspetto relazionale: un impiegato è “costretto”, più di un operaio, a condividere giornata e mansioni con diversi colleghi. La relazione è costituita anche da eventi come la pausa caffè, il pranzo, le chiacchiere e il gossip. Non integrarsi, non far parte “della massa” è un’opzione che non può essere scelta, pena l’esclusione sociale. D’altronde, viviamo in un sistema sociale che ci fa frequentare più i nostri colleghi che i nostri cari.
  • L’aspetto motivazionale: siamo nel secolo del “lavoro stupido”? Lo asserisce l’antropologo americano David Graeber, secondo cui molte persone considerano inutile il lavoro che svolgono. Ciò rientrerebbe in un quadro generale per cui la tecnologia ha semplificato molte mansioni, ma si finisce comunque per lavorare quaranta o più ore a settimana. Non comprendere l’utilità del proprio lavoro è un vincolo psicologico insormontabile che porta ad un crollo interno, perché l’alternativa (non lavorare) non è ammessa dal sistema sociale vigente. Sul tema segnalo lo splendido racconto di Andrea Pomella.

Il romanzo breve di Jonas Karlsson, “La Stanza” (pubblicato in Italia da ISBN Edizioni per la traduzione di Alessandro Bassini) si muove proprio attorno a queste tematiche, portandoci nella vita di un ufficio governativo svedese in cui viene trasferito il protagonista Bjorn.

L’autore scandinavo è sapiente nel rendere le atmosfere kafkiane della vicenda, puntando su uno stile minimale, secco nella punteggiatura e scarno nelle descrizioni, utilizzando una suddivisione in capitoli brevissimi ed una narrazione in prima persona che, con una sarcastica brutalità, argomenta fatalmente il conflitto io/altri vissuto da Bjorn con i suoi colleghi.

Bjorn esprime l’implicito disagio di un mancato inserimento nel nuovo ambiente, focalizzandosi su un disprezzo continuo del prossimo, tanto da arrivare a crearsi una fittizia zona di comfort (la stanza, appunto) dove poter restare in pace con se stesso. Un posto che gli altri non vedono, ovviamente, e che innescherà tutta una serie di incomprensioni e l’inasprimento dei rapporti che muteranno da una placida indifferenza ad un netto rifiuto.

Un libro da leggere in un fiato, vista anche la brevità, e che non può lasciare indifferenti. Molti di noi vi troveranno elementi comuni della propria vita lavorativa.

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