La perdita della memoria

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Due notizie diverse, ma profondamente legate tra di loro, hanno destato la mia attenzione negli ultimi giorni di questa estate climaticamente sui generis. La prima riguarda un’inchiesta condotta da Repubblica sulle difficoltà economiche e di conseguenza organizzativo-logistiche in cui versa l’Archivio Centrale di Stato, un’istituzione che sta particolarmente soffrendo dei tagli operati dalla spending review e che rischia seriamente di trovarsi a breve nell’impossibilità di erogare una parte consistente dei propri servizi. La seconda è sulla fine che sta facendo un importante archivio cinefilo privato che il Comune di Salemi era riuscito ad accaparrarsi nel 2009, ma che allo stato attuale condivide i propri spazi con…26 cani.

Storie diverse, ma accomunate da un tratto comune: il disinteresse, oppure l’esibizione di un presunto disinteresse verso il passato, verso la memoria, verso il sapere quel che siamo stati per capire cosa diventeremo o cosa dovremmo diventare. Non staremo affogando in uno sterile disinteresse per il passato camuffato da tecno-entusiasmo? Ricordare è il primo passo per interpretare presente e futuro.

Non basta la Rete – Molti adesso indicano Internet come il nostro bagaglio di conoscenza collettiva. E’ vero, nel senso che la Rete è un potente collettore d’informazioni, ma non credo possa essere totalmente assimilabile ad una sorta di biblioteca digitalizzata e delocalizzata. La rappresentazione di Internet come un’entità asettica è finita da circa quindici anni, da quando è iniziata la personalizzazione del medium a fini di business.

Internet non è neutrale da un pezzo, quindi, e non può essere utilizzata come fonte unica. C’è bisogno di documentazione originale, che potrà poi essere mediata e interpretata mediante gli strumenti tecnologici (aggregatori, blog, social…), garantendo però una pluralità di opinioni e interpretazioni su di essa.

La Rete, dunque, non basta: diminuire l’accessibilità di un certo tipo di fonti può essere catalizzatrice di una disinformazione di fondo che già s’intravede in giro. Siti di complottisti, teorici delle terapie alternative, movimenti politici che riducono complesse analisi storiche a slogan da comizio, tutto tende a propagarsi più rapidamente e diventa più difficile da arginare, senza le solide basi della memoria storica.

Senza l’Archivio Centrale dello Stato non potrebbero più essere condotte analisi ed indagini storiche per capire e fare chiarezza su molti dei fatti della nostra Repubblica (stanno per desecretare le carte su Ustica, ad esempio), e scritte opere che andrebbero ad arricchire la nostra esperienza. La perdita dell’archivio di Salemi priverebbe invece molti studiosi della possibilità di visionare una serie sterminata di opere indipendenti, alcune introvabili altrove. Un buco nero grande quanto un’epoca potrebbe crearsi nella cinematografia. La memoria va allenata, altrimenti la si perde. Ed è come non aver vissuto.

Digitalizzazione unica via – Questo non significa che si debba ripudiare la tecnologia come leva per perpetuare la memoria, anzi. Gli investimenti in tal senso debbono essere univoci e decisi verso la digitalizzazione. Superare il problema delle fonti cartacee o comunque fisiche, deperibili, uniche e non replicabili, è uno step necessario. Progetti come la digitalizzazione delle biblioteche da parte di Google, ma anche in Italia siam riusciti a combinare qualcosa, come l’esportazione di gran parte dell’archivio dell’Istituto Luce su YouTube.

Gli investimenti vanno fatti, quando si è sicuri che ripaghino nel tempo. Non perdiamoci in un bicchiere d’acqua, tra navette e canili improvvisati.

 

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