Apple, U2 e la crisi dei download 3

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Avete visto l’ultimo Apple Live, qualche giorno fa? Sì, no, è uguale. Il senso di questa oramai noiosa consuetudine è quello di continuare a fidelizzare il brand, in particolare:

  • Presentare il nuovo iPhone 6, che segna un ritorno alle origini per quanto riguarda il design, un totale adeguamento alle “misure coreane” (soprattutto con la versione Plus), e le solite add-on già viste lato Android, ma che fatte da Cupertino sono (sarebbero) tutta un’altra cosa.
  • Presentare l’iWatch, con cui Tim Cook e soci entrano a gamba tesa nel settore dei wearable. Ho molte perplessità su questi device, sulla loro dipendenza dagli smartphone e su un pricing esagerato rispetto alle funzioni. Ma ne riparleremo in altra sede.
  • Introdurre Apple Pay. Come scritto da Fabio Lalli, quando la Mela entra in una nicchia di business, lo legittima. Quindi NFC dovrebbe essere sdoganato e divenire mainstream nel 2015. Con buona pace di Google che dopo il flop di Wallet l’aveva un po’ messo da parte.

Insomma, il solito. E’ passata invece un po’ inosservata la notizia del lancio gratuito su iTunes, per un mese, del nuovo album degli U2, con tanto di siparietto Cook/Bono.

Aldilà dei giudizi artistici sul prodotto, per il quale rimando a questo (estremo) post, è interessante notare come questa iniziativa apra nuove prospettive per il business musicale. Lo ha scritto anche Ernesto Assante su Repubblica. Un service provider si carica l’onere di diffondere un prodotto secondo le tecniche promozionali per lui più congeniali, avendo raggiunto un accordo economico preventivo con l’artista. L’artista pensa soltanto a creare la propria musica, il discografico procaccia talenti, il distributore vende la musica. Non fa una piega?

Teoricamente, no. Ma molti dubbi su questo nuovo modello si addensano all’orizzonte. Si tratta di un meccanismo che è “scalabile” sulle dimensioni (e quindi la fama) dell’artista/distributore? Oppure avrà un senso (ed un ritorno) soltanto se ti chiami Apple oppure U2?

Certe mosse, poi, non nascono mai per caso. E il calo dei download registrato nel 2013, il primo della storia, è figlio di un’evoluzione successiva alla già nota dematerializzazione del media: la de-legittimazione del possesso. Se con un acquisto iTunes l’utente detiene il diritto di possedere il media digitale e di fruirne sul suo device, con i nuovi player degli ultimi anni (Spotify, Deezer) non vi è alcun possesso in atto. Pura fruizione, e il media resta sul server.

Ora, è chiaro che con questa mossa promozionale Apple voglia riaccendere l’attenzione sul servizio che l’ha riportata in auge all’inizio del nuovo millennio. Probabilmente funzionerà anche in questo caso, visto il nome, nonostante i modi siano discutibili: pare infatti che il download sia “obbligatorio”, nel senso che gli utenti con attivi i download automatici se lo sono già ritrovato in libreria, mentre chi non li ha attivi se lo ritrova comunque nella libreria iCloud. I numeri ci saranno, ma saranno poco credibili. Per il lungo termine, però, Cook e i suoi dovranno iniziare a pensare a come ridisegnare l’accoppiata iTunes+iCloud per arginare la concorrenza dei succitati servizi di streaming.

Gli accordi-quadro diverranno consuetudine? E saranno convenienti per i musicisti? Già reduci dai dubbi sulla profittabilità di Spotify (che comunque le sue royalty le paga eccome), si troveranno a fare ragionamenti sul tipo di accordo più conveniente.  E più il loro nome sarà sconosciuto, verosimilmente più si troveranno a svendere la loro produzione. E se poi fanno il boom? I soldi andranno al provider e loro dovranno attendere di firmare un nuovo accordo, stavolta da star, per vedere riconosciuto il loro status. E magari sarà troppo tardi…insomma, io vedo un coltello costantemente dalla parte del manico per i fornitori di piattaforme, ma d’altronde è un trend comune a tutti gli ambiti.

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3 thoughts on “Apple, U2 e la crisi dei download

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