Maker Faire Roma, la festa del futuro

Lo scorso weekend ho avuto il piacere di visitare e raccontare in diretta l’edizione romana della Maker Faire, la fiera dell’innovazione che quest’anno ha trovato collocazione nella splendida location dell’Auditorium-Parco della Musica, quasi un incontro/scontro tra cultura “classica” e futuro visionario. In questo post vi parlo di qualche riflessione a mente fredda sull’evento.

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Più robot, meno stampanti 3D – Della precedente edizione della fiera, tenutasi al Palazzo dei Congressi all’EUR, ricordo che era assai meno estesa, e che aveva un deciso focus sulla stampa 3D. Con tutto il rispetto, il principio base della stampa 3D è tutt’altro che innovativo, essendo utilizzato da almeno un decennio in ambito industriale. Quest’anno le stampanti 3D c’erano ancora, ovvio, ma avevano il loro settore e raramente ne trovavi da altre parti.

Le chicche non mancavano, come gli splendidi modelli portatili di Ultimaker, oppure quelle che stampavano il cibo (deliziose le barre di cioccolato), fino ai progetti più avveniristici come quello di stampare case in argilla. L’attenzione della manifestazione era invece più spostata sulla robotica di utilizzo ed intrattenimento, e sull’intelligenza artificiale a supportarla. Robot che disinnescano le mine e fanno anche i maggiordomi, robot che suonano musica rock, robot che imparano dalla loro esperienza, robot che lavorano e…s’infortunano, come quello in foto. In generale l’interesse per l’intelligenza artificiale è in crescita, così come in crescita sono i risultati ottenuti dal settore. Le applicazioni commerciali, però, ancora poche.

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Un Made in Italy rivisto – Un messaggio bello e positivo esportato da Maker Faire riguarda la filosofia del maker. Da sempre abituati ad associarlo ad ambiti puramente tecnologici, la fiera ne ha invece ribadito la sua identità da “colui che crea”, riservando spazi interi al food e al manufatturiero, settori d’eccellenza italica, con attività consolidate dalla tradizione che vengono parzialmente o completamente ripensate. Come non pensare a Plug and Wear, un’azienda di filati di Firenze che ha affiancato alla produzione tradizionale un reparto dedicato alla produzione di sensori tessili.

Tecnologia emozionale – Un altro pregiudizio classico verso la tecnologia è quello di essere “fredda”. La Maker Faire di quest’anno ha cercato di scardinare queste vecchie convinzioni. Un progetto non commerciale come l’Emotional Notifier di Roberto Nocera, che gli permette di interagire da remoto con la figlia di sei anni grazie ad una scheda Spark core integrata con wifi, oppure gli studi compiuti dai tipi di FabLab Cascina per la tecnologia emozionale, disciplina nata negli anni Novanta, quando non c’erano ancora i mezzi tecnici, e che si prefigura lo scopo di creare macchine in grado di capire gli stati d’animo degli utenti.

Bambini – Ma la parte più bella della fiera è stata rappresentata dall’enorme presenza di pubblico “under”, sia tra gli stand (molte sezioni a loro dedicate, nell’area Montessori), ma soprattutto nei lab organizzati per loro dagli impagabili ragazzi di Codemotion Kids. E’ stato emozionante vedere le giovanissime generazioni (bambini anche di 6-8 anni) mostrare grande familiarità con l’inglese e il computer, anche con dei rudimenti di programmazione. Forse il futuro è già qui e non ce ne accorgiamo, ed è ancor più roseo di quel che molti proclami vogliono far credere.

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