I trent’anni di Kenshiro

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In un’epoca dove “nessuno s’inventa più nulla”, dove le sceneggiature buone “non le fanno più”, dove i blockbuster di Hollywood pescano nell’eredità fumettistica dei decenni passati, gli anniversari sono momenti d’oro per chi lavora nell’intrattenimento e può ritirare fuori dal magazzino impolverato, con orgoglio, i cavalli di battaglia che hanno reso grande la propria azienda.

Esistono eventi e ricorrenze in grado di farti sentire, più di ogni altra cosa, gli anni che passano. Non sono riflessioni adatte al rito stanco del Capodanno, ogni anno uguale a se stesso e alle aspettative che genera. Non si prende consapevolezza della vecchiaia contando via i giorni dal calendario, sono le date speciali come il trentennale dalla prima messa in onda giapponese della serie televisiva animata “Ken il guerriero” a gettare nello sconforto quelli della mia generazione, cresciuti nell’ottimismo degli anni Ottanta, travagliati dal fatalismo dei Novanta e infine messi fuori gioco dagli Anni Zero.

“Ken il guerriero” (Hokuto No Ken) arrivò in Italia nel 1987, quando il nostro Paese era già avvezzo da una decina d’anni alle produzioni animate giapponesi. Dopo i primi successi targati RAI (Goldrake, Heidi…), in molti avevano fiutato l’affare e, sfruttando i prezzi contenuti dei diritti di trasmissione, si era aperto un filone d’importazione “a blocchi”, nel quale venivano inseriti svariati prodotti senza alcuna linea distintiva. Nel Paese del Sol Levante l’animazione è sempre stata una cosa seria, e le serie animate vengono suddivise per i loro target (sesso, età…), qui in Italia, dove i cartoni animati erano (sono) considerati un prodotto per bambini, adolescenti al massimo, qualsiasi serie animata veniva destinato alle fasce orarie pomeridiane delle TV private locali.

Fu così che noi tutti ci trovammo a guardare quel cartone un po’ “particolare”, dal tratto ruvido ma dettagliato, dalle tematiche cupe e seriose, segnato da una violenza esplicita sebbene non ingiustificata. Alcuni genitori, i più attenti, capirono che “Ken il guerriero” non aveva nulla in comune con “L’ape Maia”, che non era adatto a bambini di dieci anni o giù di lì, e lo vietarono ai figli. Altri, più distratti e desiderosi di sbolognare la prole alla mamma TV, non s’accorsero di nulla.

Kenshiro è cresciuto nelle nostre case sotto le stigmate del “proibito”, e probabilmente la sua fama a lungo termine ne ha tratto giovamento. Pur non essendo presente su alcun canale nazionale, il circuito di distribuzione locale era assai ramificato, e ogni regione aveva il suo canale TV che lo trasmetteva. Negli anni ’80 lo apprezzammo superficialmente per la sua violenza volutamente eclatante, innovativa rispetto all’immaginario occidentale. Un mix di Bruce Lee con una muscolatura culturistica:

Lo sceneggiatore Buronson tradisce fin dal suo pseudonimo l’amore per il cinema hollywoodiano. Si tratta di un grande autore che ha poi prodotto altre opere più realistiche, soprattutto in coppia con Ryoichi Ikegami (Sanctuary). In Hokuto No Ken sfrutta il disegno sproporzionato, ai limiti del deformed, di Tetsuo Hara per scrivere una storia che pesca a piene mani nella psicosi nucleare nipponica, nel cinema occidentale (Mad Max) e nella tradizione spiritual-religiosa orientale. Le somiglianze dei protagonisti con gli attori in voga all’epoca sono fin troppo evidenti: Kenshiro è Stallone, Raoul è Schwarzenegger, e così via.

Sarebbe comunque fin troppo riduttivo limitare Ken Il Guerriero ad un fenomeno di costume, ad un zeitgeist degli anni ’80. La lettura filo-cristiana (il profilo del salvatore, il concetto di sacrificio sparso lungo l’intera serie…) è un buon modo per andare oltre all’apparente violenza, inserirsi tra le spire di dolore e tristezza di cui è pervasa l’intera opera è un buon modo per capire come la contrapposizione buoni-cattivi necessiti di molte più sfumature di grigio di quanto la nostra superficialità ce ne dia possibilità.

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