Landini e il mito della purezza 2

Corteo manifestazione FIOM a Napoli

“Renzi non ha il consenso delle persone oneste.” (Maurizio Landini, 21 Novembre 2014)

La foga che l’ha reso celebre, stavolta gli si è ritorta contro. La veemenza, sincera e appassionata, ha avuto la meglio sull’equilibrio. Deve essere stato un momento di concitazione, quello che ha colto il segretario della FIOM la scorsa settimana, e che ha generato una selva di polemiche. L’ha detto. No, non l’ha detto. Sì, l’ha detto, c’è il filmato. L’ha detto, ma non intendeva quello, voleva dire che Renzi non ha il consenso della maggioranza dei lavoratori onesti.

Deve essersi morso il labbro, Maurizio Landini. Come quando ti fai prendere dalla voglia di strafare, di sopraffare l’avversario in qualsiasi contesto, anche se è sbagliato e non c’entra nulla. E’ allora, che esce la frase di troppo. Quella che in fondo pensi, perché popola da tempo il tuo modo di essere, ma che non puoi dire per non passare automaticamente dalla parte del torto. Il torto mediatico, beninteso, perché tu sei dalla parte della ragione, difendi i diritti dei lavoratori e hai una morale. Sei tu la vera sinistra italiana.

Il mito della purezza ha segnato quarant’anni di storia della sinistra italiana, chiusa nel suo status di eterna opposizione, che finisce per coltivare una sterile etica del principio, tipica di chi non può prendersi alcuna responsabilità. Francesco Piccolo, che con “Il desiderio di essere come tutti” ha vinto il Premio Strega 2014, individua il punto di svolta, quello che avrebbe potuto cambiare la storia, nel tentativo del compromesso storico, in un Partito Comunista che stava trattando con la Democrazia Cristiana il proprio ingresso nel governo.

“Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro. Ad altri sembrava poco il suo senso del progresso, a me bastava. Era temperato, ma, appunto, pratico ed evidente.”

Era il 1978, Enrico Berlinguer era riuscito a vincere la diffidenza di molti compagni teorizzando come la presa di responsabilità fosse l’unico atto possibile per sconfiggere la DC e proporre la propria “alternativa democratica”, chiaramente di sinistra. La ferma opposizione dell’ala conservatrice della DC (Fanfani), e il rapimento con assassinio di Aldo Moro fecero naufragare il compromesso storico: i democristiani si allearono con i socialisti di Craxi, il PCI tornò in una posizione di sdegnato, ancorché doloroso, distacco. Quel dolore pervaderà l’intero epilogo esistenziale del segretario e leader.

“Nella sostanza, Berlinguer non soltanto si rifiuta di far parte di governi democristiani e socialisti (a cui nessuno gli aveva chiesto di far parte), ma intraprende un atteggiamento più ampio: questo non è il nostro mondo, noi ce ne tiriamo fuori, per farci custodi di valori che non devono essere perduti… noi siamo un altro Paese, migliore di quello che vediamo, noi vogliamo difendere e conservare la purezza dell’etica e della volontà che ci caratterizza. Tutti i valori a cui teniamo non si vedono più nel mondo che è cambiato, quindi noi erigiamo una barriera a difesa di quei valori. Ovviamente, decidere di tenersi fuori e di difendere i valori perduti vuol dire non partecipare più al presente, in qualche modo nemmeno occuparsi più di comprenderlo.”

La vera eredità di Berlinguer, quella che ha permeato le generazioni successive, oltre che l’intero corpus intellettuale della sinistra, è quella degli Anni Ottanta, non degli Anni Settanta. Il chiamarsi fuori, opposto allo stare dentro. Il desiderio di essere come tutti, oltre che in un’epigrafe di Natalia Ginzburg, è insito nello scrittore-protagonista, che vacilla tra la passione comunista, essere dalla parte della ragione, ed una superficialità che gli renda sostenibili gli eventi della vita pubblica, come ad esempio l’ascesa in politica di Silvio Berlusconi.

“Berlusconi ha modificato i criteri di razionalità di questo Paese; ha fatto in modo, con la sua comparsa sulla scena politica, di rendere ancora più distanti le persone che facevano parte dell’Italia civile e moderna da quell’altra parte (quasi costantemente la maggioranza) che aderiva in qualche modo, o non combatteva in maniera esplicita ciò che quell’uomo impersonava. Di più: Berlusconi ha confermato il pregiudizio che la sinistra italiana si era costruita sul resto del Paese. È stata la dimostrazione che mettere un confine, chiudere i cancelli, dividersi dal resto del Paese con chiarezza, era stato un atto giusto. Addirittura profetico.”

Berlusconi è stato per vent’anni il “nemico perfetto” della sinistra italiana, colui che incarnava, da solo, tutte le giustificazioni all’isolamento, colui che spingeva con fiducia gli elettori della sinistra a sentirsi dalla “parte giusta”, mentre tutti gli altri (la maggioranza) stavano sbagliando, anche se prima o poi si sarebbero ravveduti.

Il mito della purezza s’incrina, e mostra tutti i suoi limiti, il 9 Ottobre 1998, quando Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista, sfiducia il Governo Prodi, il prodotto di una coalizione di centro-sinistra. Bertinotti non aveva ministri nel governo, e aveva sin dall’inizio garantito una fiducia esterna per mantenere i numeri. Un atteggiamento paradigmatico di chi voleva essere percepito come la vera sinistra: appoggiare il governo per impedire il ritorno di Berlusconi, ma restare “puri”.

“«Vedete? Non ci avete ascoltato. Per questo siamo costretti a votarvi contro. Faremo l’opposizione a questa maggioranza e a questa finanziaria, a questa maggioranza modellata su un impianto moderato che oggi paga un prezzo impagabile di una rottura di una forza di sinistra, e non c’è governo che valga una scissione di una forza di sinistra. Ho finito. Abbiamo scelto di fare opposizione al vostro governo e a questa maggioranza: noi vorremmo poter essere eredi di Marx; certamente siamo coerenti con il lascito di Kant, quello di camminare eretti. Ci volevate piegare, non ci avete piegato: la coerenza di oggi lavora per l’alternativa di domani». Bertinotti si risiede tra gli applausi entusiasti dei suoi, nello sconcerto generale. Non si sono piegati. E questa la frase che mi resterà in mente per sempre. Non si sono piegati, ho contribuito con il mio voto a dare loro forza affinché non si piegassero.”

E’ il trionfo dell’etica del principio sull’etica della responsabilità. La sinistra ortodossa, quella dei “puri”, pagherà questa scelta alle successive tornate elettorali, diventato sempre più irrilevante fino ad uscire dal Parlamento. Una serie di azioni ripetute con inquietante costanza, liti e continue scissioni, errori comunicativi segnati dall’utopia di riproporre con antichi schemi il concetto di “un’altra sinistra”, esterna ed estranea a quella entità che aveva cambiato perfino nome, che si era unita ai cattolici e che ora governava assieme al centro-destra.

L’antico vizietto, il fascino mai sopito del mito della purezza ha colpito ancora, stavolta un sindacalista sulla cresta dell’onda mediatica, che flirta, pur smentendo, con la politica partitica, e che non trova argomenti migliori, e ce ne sarebbero, per dare contro al premier e alle sue proposte d’intervento sul lavoro. Noi abbiamo ragione, perché siamo onesti. E puri.

2 thoughts on “Landini e il mito della purezza

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