Il momento sbagliato

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Quando sei il primo della classe, gli occhi del mondo sono su di te. Pronti a premiarti per i successi, certo, ma ancor più lesti ad affossarti alla prima incertezza, per tacere degli errori.

Google è uno dei “primi della classe” più noti al mondo, simbolo d’innovazione tecnologica e culturale, e uno dei suoi progetti più avveniristici e mediaticamente cool sono gli arcinoti Google Glass, simbolo della tecnologia wearable che come Fabio Lalli e altri ci hanno comunicato per un po’ di tempo, rappresentano la nuova frontiera dei device e snodo fondamentale per la futura diffusione della Internet of Things.

Qualche giorno fa è stato annunciato che la vendita della Explorer Edition (edizione limitata ad invito alla modica cifra di 1500 dollari) è stata chiusa, e che il team di sviluppo del prodotto è stato separato dalla famigerata divisione Google X, quella dedicata ai progetti più sperimentali e innovativi. Non sto trascurando il fatto che il nuovo referente del progetto Google Glass sia l’arcinoto Tony Odell (tra gli ideatori dell’iPod e CEO del progetto Nest), ma voglio soffermarmi sul problema delle tempistiche di lancio dei prodotti.

Voglio dire, di Google Glass se ne parla da almeno due anni, abbiamo visto Sergey Brin girare il mondo indossando questi improbabili e cibernetici occhiali, abbiamo iniziato il 2014 con la fondata speranza che sarebbe stato l’anno del boom, e ora ci troviamo a fare una profonda riflessione su cosa non è andato. Perché, per quanto lo si voglia far passare per un rallentamento nello sviluppo commerciale del prodotto, qualcosa è stato sicuramente sbagliato: i tempi.

Nel successo e nell’adozione di un’innovazione, la tempistica è importante. Puoi avere un prodotto tecnologicamente avanzato e disruptive, ma se trascuri il contesto del mercato e dell’utenza rischi di fargli terra bruciata attorno.

Un prodotto “troppo” innovativo per i tempi può mancare di applicazioni pratiche perché non ha una piattaforma di riferimento sulla quale fornire valore aggiunto, oppure può risultare troppo macchinoso da usare. In questi casi il rischio è l’annosa domanda “Sì, ma a che serve?” che non ha risparmiato neanche i Google Glass, nonostante i ripetuti tentativi di Big G di evangelizzare mediante una selezione di influencer sparsi per il mondo e di incentivare i developer a produrre app che ne sfruttassero le caratteristiche.

Non ho dubbi che torneremo, tra qualche tempo, a interessarci di paio di occhiali con i quali accedere ai servizi Internet. Inevitabilmente, per un verso o per l’altro non si tratterà dei Google Glass.

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