Banche Popolari, un decreto impopolare

Banca_Popolare_di_Bergamo

Il Governo Renzi, finora, è passato alle cronache per le seguenti caratteristiche:

  • Predisposizione all’annuncio mediatico reiterato, con forte accentramento sul premier
  • Ripetere la parola “riforme” più volte al giorno, nonostante quelle approvate sinora appaiano assai più deboli e inefficaci di quanto promesso
  • Ripetere le parole “rilancio” e “veloce” più volte al giorno, nonostante la situazione italiana, dal punto di vista sociale ed economico, appaia sempre più impantanata

Eppure, sono in pochi quelli che ne parlano o scrivono, in giro. Sono addirittura pochissimi quelli che vanno a rovistare tra le pieghe delle attività di Governo, andando oltre i soliti argomenti sbattuti in prima pagina, come il patto del Nazareno, l’Italicum o le solite storie di marca populista sulle tasse, gli immigrati e l’uscita dell’euro.

Tra le pieghe, negli ultimi giorni è stato approvato un decreto legge chiamato “Investment Compact” che, tra i vari interventi, s’impegna a trasformare le Banche Popolari in Società per Azioni. Un provvedimento “tecnico”, comprensibile solo ai “tecnici”, ma che promette di generare effetti a lungo raggio e termine. Di che verso?

Cosa sono le Banche Popolari

Nate in Germania a metà Ottocento, rappresentano un fenomeno italiano che si distingue dai normali istituti di credito per il loro carattere comunitario e cooperativo, oltre che per una presenza più legata al territorio e al sostegno della piccola e media impresa, per tacere di eventuali derive etiche.

Il succo della riforma

Con questo decreto-legge si crea un piano dallo scadenzario temporale predefinito (circa un anno e mezzo) durante il quale i dieci più grandi istituti popolari (almeno otto miliardi di euro di attivo, vengono escluse le banche del credito cooperativo) dovranno modificare il loro statuto nei punti chiave che li distingue dalle banche tradizionali:

  • Abolizione del voto capitario, che garantisce lo stesso peso a ciascun socio, a prescindere dal numero di azioni possedute
  • Abolizione del limite di possesso, che costringe ciascun socio a restare sotto allo 0,5% del capitale sociale

Gli effetti sperati

Una delle più frequenti critiche alle banche popolari è sempre stata quella di essere espressioni e strumenti di lobby locali, e non realmente interessate a foraggiare il credito verso le PMI. La loro italianità è stata spesso vista come un simbolo del trionfo della burocrazia (e dello “sfogatoio occupazionale”) rispetto alla più pura attività creditizia.

La trasformazione dovrebbe erodere i principali legacci che “bloccavano” la crescita di questi istituti, restituendo vitalità all’intera industria bancaria: si tratta pur sempre del 25% della quota mercato. Nelle ultime settimane il deciso rialzo delle azioni delle quotate in Borsa ha già mostrato un esempio di quel che potrebbe accadere. La scalabilità delle banche popolari dovrebbe renderle anche più “neutre” nei confronti di eventuali accentramenti di potere e di influenza.

Le possibili conseguenze 

I timori circa gli effetti negativi sono però molti, sebbene espressi quasi integralmente dalle entità colpite. La trasformazione potrebbe infatti esporre le banche popolari a divenire facili prede delle multinazionali del credito, che verosimilmente finirebbero per dare vita a delle ristrutturazioni dal licenziamento facile.

Lo sciopero generale dei bancari, oggi in corso in tutta Italia, è il chiaro sintomo di un conflitto che non sembra risolversi facilmente.

Conclusioni

Quando si tratta di argomenti come Economia e Finanza, nessuno può affermare di avere la verità in tasca, o delle soluzioni sicuramente efficaci a stimolare la ripresa; che il settore avesse bisogno di una riforma era cosa nota da almeno vent’anni. Alcune mosse di questo DL, però, non mi sono piaciute affatto: innanzitutto l’utilizzo di uno strumento esecutivo d’urgenza, senza aver intavolato alcuna discussione parlamentare. In secondo luogo, l’aver arbitrariamente deciso quali istituti includere o meno, rinunciando de facto ad un’azione profonda e complessiva. Si tratta di azioni poco accorte, soprattutto se danno luogo a (conflitti di) interessi anche solo accennati (come quello della Boschi), sui quali sta indagando anche la Consob.

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