Internet, la memoria e la conservazione

Internet-Archive

Questo splendido e lungo pezzo di Jill Lepore sul New Yorker ci offre lo spunto per riflettere su quanto, spesso, i discorsi relativi alle pressoché illimitate possibilità di archiviazione nell’era digitale non centrino un punto essenziale della questione, la natura del principale media digitale, ovvero Internet.

La visione “statica” della Rete risale agli albori della stessa, nei primi anni Novanta, paradossalmente quando i vincoli di banda e di storage erano ben più stringenti. Il motivo era intuibile: il World Wide Web come disegnato nel 1989 da Tim Berners-Lee e Robert Cailliau era una ragnatela in grado di archiviare e relazionare rapidamente le informazioni tra di loro. Nulla o poco di più, dati i limiti tecnici. Qualsiasi progetto declinato online era dunque una mera digitalizzazione di dinamiche e contenuti analogici, con il pregio di essere ovunque disponibile e non deperibile.

Le cose sono presto cambiate. La trasformazione in media “dinamico” ha influito molto, con tutti gli annessi corollari del fenomeno.

  • Nascita di piattaforme di user generated content (blog, social, wiki…)
  • Popolarizzazione della Rete, apertura alle masse
  • Profilazione degli utenti ai fini di attività commerciali e di marketing (advertising, in particolare)

Internet è divenuto quindi un santuario dell’immediato, dove l’interesse è verticalizzato sul presente, mentre scema esponenzialmente nei confronti del passato. E’ stato calcolato che la longevità media di una pagina web sia di circa cento giorni, ma questo dato non dice tutto: le pagine non vengono soltanto rimosse, generando una pandemia di “404 – page not found”, ma subiscono aggiornamenti, con modifiche sostanziali al contenuto che sovrascrivono il pregresso. Un po’ come se la storia venisse riscritta. La Rete è una lavagna sempre pronta a cancellare parti più o meno rilevanti della propria superficie, grazie anche alle sempre assidue richieste di rimozione per violazioni del copyright oppure i recenti casi di “diritto all’oblio” che hanno visto protagonisti Google e la UE.

Confusi dall’assenza di confini, flirtiamo da anni con l’idea di immagazzinare tutto il sapere umano nella Rete. Ma Internet non è luogo per la memoria, la sua natura decentralizzata, la confluenza di entità dagli scopi talmente diversi non lo rendono autorevole o rigoroso, dunque adatto alla conservazione. Poco importa se esistono dei casi (isolati) di meritevole archiviazione storica su Internet (Wayback Machine, citato nel pezzo della Lepore, oppure il progetto Google Books): si tratta di eccezioni che confermano la regola. Internet, in toto, non sarà mai l’equivalente digitale di una biblioteca. Entità per loro intima natura immutabili nel tempo, predisposte alla conservazione, e che in alcuni casi stanno soccombendo alla spinta innovativa. Senza trovare eredi.

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