La gerarchia dei media

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La questione della pagina Facebook de “Il Messaggero” è stata sviscerata in lungo e in largo un po’ da tutti, a partire da Francesca Minonne per arrivare a Pier Luca Santoro.

Come si è comportato il social media manager? Bene, male? Non è il punto di questo post, anche se sul dare ai lettori “quello che vogliono” penso che sia necessario porre un freno (educare il lettore, non stimolarne la “pancia”).

Questo caso, però, non è altro che l’ennesima conferma sull’esistenza di una certa gerarchia tra i diversi media. E’ una gerarchia interna al mondo dei giornalisti, e non rispetta gli attuali trend dell’informazione.

La carta “pesa” ancora, in questa gerarchia. Pesa molto. Lo sanno bene radio e televisione, per decenni ghettizzati come forma d’informazione più immediata ma meno riflessiva rispetto alla carta stampata. Il gap è stato infine colmato, ma non del tutto. Le “grandi firme” del giornalismo restano cartacee.

La discriminazione più forte è ora con i new media, ovviamente, blog e social network in particolare. La diffidenza dei giornalisti nei confronti di queste piattaforme ha radici antiche e motivi variegati:

  • Internet è nata per scambiare informazioni in forma unicast e multicast, soltanto in un secondo tempo ha assunto un ruolo di polo informativo, un punto di sbarco digitale per i giornali.
  • I giornali online hanno da sempre “regalato” i contenuti ai propri lettori, consolidando di fatto una tendenza insostenibile a livello economico. Gli editori faticano ancora ad avere degli introiti sufficienti a mantenere in vita i propri asset, per questo preferiscono veicolare i lettori ad acquistare la copia cartacea oppure ad abbonarsi all’edizione digitale.

Nonostante i freddi numeri ci comunichino che le vendite delle copie cartacee siano in crollo costante, nessun direttore affermerebbe ancora che la versione online del giornale è più importante di quella che esce in edicola, o che i social network sono un formidabile mezzo di diffusione delle notizie (e di generazione di traffico in entrata).

Le vecchie volpi del giornalismo guardano ancora con diffidenza, dall’alto verso il basso, l’informazione fornita attraverso i new media. Immediati, immediatissimi, ma poco affidabili e controllabili. Secondo Gianni Riotta essi vanno regolarizzati con l’autorevolezza tipica degli old media, secondo Lucia Annunziata il blogging non è giornalismo, sebbene fornisca contenuti all’80% del progetto editoriale che dirige.

Insomma, i giornalisti sul web e sui social ci stanno, ma solo perché i numeri li costringono a esserci. Fanno presenza, ma sono in pochi a crederci veramente. Non li rispettano. Addirittura non rispettano i colleghi che scrivono per le testate online, basta vedere quanto è accaduto a Massimo Mantellini con quelli de Il Foglio.

E l’aria che si respira viene trasmessa alle giovani leve. Quasi tutti iniziano dalle edizioni online, magari con un blog non pagato oppure con articoli a tariffe bassissime (come scrivevo in questo post). Quasi nessuno si aspetta di avere una posizione regolarizzata con queste collaborazioni. E’ solo quando si arriva, dopo lunga gavetta, al “grande salto”, la pubblicazione sull’edizione cartacea, che si può legittimamente aspirare ad un’assunzione.

Perché si è diventati dei giornalisti “veri”.

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