Player One, amarcord e distopia in salsa pop 1

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Non avrei mai creduto di tornare a leggere narrativa per ragazzi, poi Francesca Minonne mi ha regalato “Player One” di Ernest Cline, e mi sono ritrovato immerso in una selva di riferimenti della cultura pop degli Anni ’80.

Una delle prime osservazioni che mi sono sovvenute sfogliando le seicento pagine di questo romanzo è che non si tratta di un testo per ragazzi. Voglio dire, nessun attuale adolescente capirebbe la miriade di citazioni contenute nel libro. Non basterebbe andarsele a cercare su Internet, non sarebbe la stessa cosa. Occorrerebbe una vita intera per coglierle appieno, essere stati bambini o adolescenti durante quella decade, come per il sottoscritto.

Wade Watts non ha vissuto gli anni Ottanta: non può, essendo un adolescente che vive nel mondo futuristico, iniquo e poco attraente dell’anno 2045. Il giovane Wade è orfano, vive tra le baracche assieme ad una zia che lo considera unicamente un peso. Non è semplice la vita reale, per Wade, per questo egli preferisce passare le giornate immerso nella vita virtuale di OASIS, molto più di un videogioco, un mondo alternativo dove il giovane indossa i panni del suo avatar Parzival, va a scuola, frequenta gli amici Aech e Art3mis e soprattutto partecipa al più grande videogioco che la storia ricordi: la Caccia all’Easter Egg lasciato da James Halliday, il defunto creatore di OASIS.

La Caccia è basata su indizi legati a vita e gusti di Halliday, tutti relativi agli anni Ottanta. Chi troverà le tre chiavi e aprirà le relative porte diventerà azionista di maggioranza della GSS, l’azienda proprietaria di OASIS. Si tratta di un premio enorme, il più grande di tutti, che interessa soggetti privati oppure grandi multinazionali come la IOI, che vuole trasformare OASIS in un sistema a pagamento riempiendolo di pubblicità. Gli agenti della IOI, i Sixer, ricorrono a qualsiasi metodo scorretto o criminale, nella vita virtuale come in quella reale, per eliminare gli altri concorrenti, che si fanno chiamare Gunter, e che competono nello stretto rispetto dello spirito di Halliday.

Cline, agli esordi con questo libro, si lancia in una narrazione descrittiva, scorrevole, che passa agilmente dall’atmosfera giocosa e competitiva di OASIS, un mondo che assomiglia molto al Second Life che andava tanto di moda fino a qualche anno fa, per poi catapultare il protagonista nel mondo distopico, pericoloso e disgregato che l’autore ha immaginato per il nostro futuro.

Gli anni Ottanta hanno rappresentato un’epoca pionieristica per l’industria dell’intrattenimento dedicato al pubblico giovane (e non solo): giochi di ruolo, videogiochi, cinema di fantascienza, cartoni animati e serie TV hanno vissuto un’epoca d’oro, gettando i semi per saghe e immaginari che ancora oggi sono sinonimo di successo.

 Player One pesca dunque a piene mani nel gusto del revival (ancor più, del retrogaming), e non casualmente affida il ruolo di protagonista ad un ragazzino, proprio come accadeva nei film d’avventura degli anni Ottanta (Goonies, Explorers, E.T., ecc…). Solo i giovani potevano “salvare il mondo”, perché sinonimo di futuro. Un approccio positivista, che forse non ci appartiene più. Ma che ci piace ricordare, con nostalgia.

E’ notizia di questi giorni che sarà proprio un mito degli anni ’80, Steven Spielberg (citato tra le pagine con la saga di Indiana Jones), a dirigere la versione cinematografica del libro.

One comment on “Player One, amarcord e distopia in salsa pop

  1. Reply ultragreyactive.it Ago 3,2015 12:58

    leggo e leggo, a volte ho l’impressione di essere io l’autore.

    Sto aspettando il prossimo pezzo

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