Il Cloud e la cultura del possesso

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Lo scorso weekend sono stato dalle parti di Viterbo a MedioEra, il Festival della Cultura Digitale. C’era anche il buon Rudy Bandiera a parlare un po’ dei temi portanti del suo libro.

Ci sono più rischi o opportunità nella rivoluzione che la tecnologia e le più grandi aziende che la cavalcano stanno portando nella nostra vita? O meglio, qual è la percezione degli utenti finali?

Pensiamo al Cloud, ad esempio, una degli aspetti tecnologici più chiacchierati e di difficile collocazione, e del quale ho scritto anche nel libro di Rudy. Dietro il nome affascinante, il Cloud nasconde un’invasività non trascurabile, che spaventa l’utente. Non è più l’Internet degli anni Novanta, quella che serve “solo” per connetterci al resto del mondo. Il Cloud è Internet diventata servizio, piattaforma, che ci rende “stupidi”, o che perlomeno ci permette di esserlo.

Non c’è bisogno di avere dispositivi potenti, capienti o eccessivamente performanti. Basta essere connessi, con qualsiasi device, al resto ci pensa la Rete, attraverso il cloud computing. Archivia i nostri documenti, elabora le nostre foto, calcola tutto in base alle nostre esigenze e abitudini.

Un’enorme opportunità, lo dico soprattutto dal punto di vista tecnico, che però non ha convinto tutti ad utilizzarla. Molti non lo hanno ancora fatto, perché ci manca un passaggio necessario: superare la cultura del possesso. Vogliamo avere tutto sotto il nostro controllo integrale, abbiamo paura che i nostri dati vengano spiati o trafugati, percepiamo ancora il rischio come superiore all’opportunità, al punto che ci riempiamo di chiavette USB di backup sparse per le stanze per rassicurarci. Stiamo assecondando la nostra (presunta) voglia di sicurezza, mantenendone il pieno possesso.

E se ci si rompe il disco rigido (oramai gli hard disk hanno aspettative di vita simili a quelle dei fari delle automobili), oppure se ci perdiamo le sempre più piccole USB key? Siamo fritti, o magari ci troviamo nella situazione drammatica dello scrittore Nicola Lagioia, che nel corso di una rapina ha rischiato la colluttazione con il malvivente per difendere il PC dove aveva salvato le bozze dei suoi lavori.

Siamo più disposti a correre dei rischi noti, piuttosto che prendercene di ignoti, come salvare i file su un servizio di remote storage. Abbiamo dei tempi di adattamento culturale. Quando i ritorni dell’opportunità, ai nostri occhi, avranno superato le possibili perdite derivanti dai rischi, qualcos’altro di ancor più estremo e disruptive sarà precipitato nelle nostre vite.  E noi staremo già cercando di capirlo.

Se ti interessa la cultura digitale, potresti voler leggere questo libro

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