Reinventare il giornalismo #ijf15 1

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Lo scorso fine settimana ho passato delle piacevoli giornate a Perugia per la nona edizione del Festival Internazionale del Giornalismo. Una kermesse che segna una distanza con le precedenti annate, grazie alla qualità degli interventi e al livello degli ospiti internazionali. Oltre al tanto pubblicizzato Edward Snowden, infatti, ha destato notevole interesse l’intervento di Jeff Jarvis, dal titolo “Al diavolo i mass-media!”.

Nel video che segue potete rivedervi tutto il keynote

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In mezzo a qualche panel di anno in anno sempre uguale a se stesso, il massmediologo americano, vero guru del settore, prova ad aprire una breccia nell’oscuro futuro dei giornali.

Jarvis parte da un assunto radicale, ma indiscutibile: la traslazione carta/online operata durante gli Anni Novanta è una sorta di peccato originale, un’operazione della quale le testate stesse pagano ancora i danni oggi. Pensare di convertire pedissequamente il modello pubblicitario dei giornali cartacei, basato sulle copie vendute, ma al tempo stesso fornendo i contenuti gratuitamente, ha tagliato le gambe alla maggioranza dei player editoriali. Sono rimasti in piedi (alcuni in ginocchio) solo i più forti, con notevoli riduzioni.

Gli introiti provenienti dalle inserzioni pubblicitarie online, infinitamente più frammentati e meno redditizi, non sono quasi mai all’altezza del crollo delle vendite della carta stampata. L’aspetto più assurdo della vicenda, è che le testate stesse non sembrano accorgersi di questo dato ineluttabile, e cercano soltanto di nuotare più velocemente per scampare al risucchio della corrente di risacca.

Nuotare più velocemente significa produrre più contenuti “acchiappa-click”, le fotogallery e i titoli “alla Buzzfeed”, drogare i dati di visualizzazione per ottenere i numeri sufficienti a spuntare qualche inserzione in più. In questa maniera, mantenendo le redazioni piccole e pagando poco o niente i collaboratori esterni, alcune testate online riescono a sopravvivere o a fare margini minimi. Ma fanno anche giornalismo? E soprattutto, cos’è giornalismo nell’era dei blog e di Twitter?

E’ qui che Jarvis vola alto, ma lo fa con la classe dell’aquila: il giornalismo si deve reinventare. Non più meri produttori di contenuti, ma fornitori trasversali di servizi. Il giornale deve tornare ad essere rappresentante della comunità di provenienza, dando valore e utilità al lettore, e fidelizzandolo dietro la propria identità.

A cosa servono migliaia di testate che scrivono tutte lo stesso pezzo sul fenomeno virale del momento (Jarvis ha citato “The Dress”, come esempio)? Quante di queste, aldilà della prima che ha prodotto la notizia o raccontato la storia, hanno veramente offerto un valore aggiunto rispetto alle altre? Eppure tutte hanno impegnato almeno un redattore per lavorarci. Hanno speso risorse, ma per cosa? Per assicurare la propria presenza sul tema, la propria fetta di click. Non per fare giornalismo.

Perché non sfruttare queste risorse per produrre approfondimenti, per fare giornalismo d’inchiesta? I temi virali non vanno ignorati, ma basterebbe gestirne la conversazione con la propria community, anziché sforzarsi di creare centinaia di articoli sterili alla caccia del posizionamento su Google. Il paywall può essere una risposta (parziale), se si premiano gli utenti sostenitori (in Italia lo sta sperimentando, in parte, “Il Fatto Quotidiano”).

Fornitori di servizi, un po’ come le aziende che hanno cambiato il mondo dei media: Google, Facebook, Amazon, Apple, Twitter. Multinazionali tecnologiche, simbolo della cultura geek, la stessa che, anche se non sembra, offre una pletora di opportunità per chi vuole prendersi dei rischi. Quelli che molti, soprattutto in Italia, non stanno nemmeno valutando…

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