I limiti del telelavoro

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Se ne parla da decenni, è stato teorizzato addirittura negli anni Sessanta, ma il telelavoro è ancora un concetto che trova applicazioni puramente parziali nelle nostre routine professionali.

Non sto generalizzando in termini assoluti, sarebbe quasi offensivo visti i livelli raggiunti dall’integrazione tecnologica che ha contribuito alla disintermediazione da luogo, distanza, tempo e possesso. Esistono numerose realtà che fanno un uso intensivo del telelavoro, sopratutto nel mondo dell’IT.

Eppure, nessuno applica il telelavoro come soluzione radicale. Nessun Big, almeno. Se anche aziende ultra-disintermediate come Airbnb e Uber (che professano il paradigma dell’accesso al posto del possesso, come scritto dal buon Rudy Bandiera) non possono rinunciare comunque ad avere una pletora di sedi sparse per il mondo, forse il telelavoro radicale non è altro che una delle tante utopie che ci porteremo dal Novecento.

Esistono alcuni motivi pratici per spiegare questa strisciante ritrosia, un atteggiamento che non è mai quello pubblico (“Il telelavoro è comodissimo, aiuta a migliorare produttività e a ridurre i costi di gestione!”), ma che implicitamente invoca dei paletti assai stringenti per ammetterlo. Un ambito in cui si applica facilmente il telelavoro è quello dell’outsourcing, ovvero un’azienda cliente che cede intere attività a fornitori esterni, che agiscono quindi da service provider soggetti a dettagliati livelli di performance definiti da contratto. Pensate agli operatori dei call-center, ai quali spesso viene permesso di lavorare da casa. Basta una buona connessione, in fondo.

Un altro ambito da telelavoro è quello dello sviluppo dei progetti complessi, di qualsiasi natura (software, ma non solo). Con tutti gli strumenti di sharing documentale, suddivisione task, con i programmi di comunicazione remota come Skype o Google Hangout dove organizzare delle riunioni online, a cosa serve essere fisicamente nello stesso posto?

Non tutto calza per il telelavoro, però. Pensate alla consulenza, ai clienti che vogliono i professionisti che (stra)pagano come presenza fissa nella loro sede. Pensate alle amministrazioni, alla gestione degli asset. Trascuro volutamente la produzione industriale, lì il discorso non inizia neanche. Non tutto è de-localizzabile, non tutto può essere gestito da remoto. Una sede fisica è identità, è cultura aziendale. Il lavoro è condivisione, e la condivisione a volte necessita di una dimensione fisica.

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