L’ho letto su Facebook 1

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Oggi sono in vena di raccontare fiabe.

Le fiabe, si sa, sono delle narrazioni fantastiche legate alla tradizione popolare che celano dei messaggi legati al sentire comune.

Scommetto che tutti conoscerete la fiaba di Biancaneve, dei Fratelli Grimm. Nel momento culminante del racconto, abbiamo la strega cattiva che si traveste da vecchia viandante e offre una bella mela alla giovane. Biancaneve, colpita dall’aspetto invitante del frutto, lo accetta e lo mangia subito. La mela si rivela però avvelenata…il resto lo sapete e non interessa ai nostri scopi. Il succo del discorso è che l’apparenza inganna.

Le vicende che si stanno succedendo nel mondo dei media digitali me l’hanno fatto ricordare. L’apparenza inganna, e nel rapporto tra le media companies, quelle che nel Web chiamiamo content provider, e i Big di Internet c’è da tempo in atto un gioco di apparenze.

Il buono che sembra il cattivo, e viceversa.

Per i media informativi europei, ad esempio, il cattivo di turno è sempre stato Google. Il gigante di Mountain View, leader mondiale della web search, in particolare uno dei suoi servizi più popolari come Google News.

L’accusa è sempre stata la stessa: Big G fa i soldi con i contenuti degli altri, e non ne condivide nulla. Si tratta di critiche portate avanti da media tycoon di alto livello, gente del calibro di Carlo De Benedetti, ad esempio.

Accuse che hanno grandi lacune, se pensiamo che:

  • Google News non monetizza, visto che la sezione è priva di advertising
  • Viene mostrato soltanto un abstract della notizia, all’interno dello snippet: per il resto, si viene rimandati alla pagina di destinazione del giornale
  • Google garantisce larghe fette del traffico online delle testate, alimentando indirettamente le pageviews degli stessi, e quindi i loro introiti pubblicitari (banner, ecc…)

Contro-argomentazioni valide, ma che non hanno fermato gli (affamati, e disperati) attori in causa, che si sono riuniti in cartelli per contrastare Google e spuntare una fetta della torta. E’ successo in Spagna, Francia, Belgio e Germania, e ne ho già scritto.

Google ha trattato in tutti i casi, qualche volta ha usato il pugno duro (la chiusura del servizio in Spagna), in generale si è mostrato più propenso ad elargire degli una tantum (Francia), fino all’ultima partnership siglata con otto testate europee (per l’Italia c’è “La Stampa”), con lo scopo di creare un modello di news più sostenibile.

Per molti Google è ancora il lupo cattivo, ma sta cercando di farsi qualche amico, come ha giustamente arguito Jeff Jarvis.

Oltre al lupo, c’è ora in giro una strega che si è travestita da vecchietta arzilla, e sta offrendo belle mele lucide. E’ Facebook, che ha da poco siglato un accordo commerciale con importanti media come il New York Times. Un accordo che rivede la suddivisione degli introiti pubblicitari derivanti dalla visualizzazione dei contenuti sul celebre social network.

L’intesa precedente prevedeva una suddivisione 70-30 a favore del publisher, con i contenuti che rimanevano sull’host del giornale, venendo embeddati in Facebook e mostrati agli utenti mobili. Il nuovo patto arriva ad erogare alle testate il 100% degli introiti per quelle pagine, che verranno però ospitate direttamente da Facebook.

Avete letto bene, la piattaforma di Mark Zuckerberg farà produrre notizie di cui sarà poi proprietario. Una sterzata importante rispetto al paradigma dello user generated content, la piattaforma che mette l’infrastruttura, e gli utenti (professionali o meno) i contenuti.

Questa novità mi fa venire in mente tante suggestioni:

  • Il traffico referral dei social, Facebook su tutti, è una fonte sempre più ampia, e rischia di soverchiare le fonti organiche, derivanti dalle ricerche sui motori verticali. Il successo di un prodotto come Buzzfeed, campione di clickbait e newsjack, ci aveva già aperto gli occhi. Se non ci fossero stati i numeri non ci sarebbe stato interesse a definire questo tipo di partnership, da ambo le parti.
  • Altro che morte dell’editoria, altro che pluralità dell’informazione, alle media companies interessavano solo i soldi. Tutti, dannati e subito. Appena Zuck ha aperto i cordoni della borsa, si sono precipitati a firmare, sacrificando una quota importante della brand awareness e dei contenuti. Affogati nel social stream.
  • A proposito di stream, è probabile che l’approccio pagina-centrico dell’informazione in Rete stia iniziando a declinare.
  • Fino a poco tempo fa, per giustificare una notizia fresca, oppure un esempio di contro-informazione, si affermava “l’ho letto su Internet”. Ora sarà sempre più facile ascoltare la frase “L’ho letto su Facebook”, perché per molti utenti non smaliziati Facebook non sta su Internet. E loro usano solo Facebook.

Ricordate com’è nato Google News? E’ stato realizzato per rispondere ad un’esigenza utente collettiva manifestata durante il caos dell’11 Settembre. Nessuno riusciva ad informarsi in tempo reale su quanto accaduto, e a Khrisna Bharat venne l’idea di questo aggregatore di notizie. Si è trattato quindi di un fenomeno spontaneo e non dettato da un business case, in linea con la visione decentralizzata di Google, quella di portare gli utenti alle soluzioni delle loro esigenze. L’iniziativa di Zuckerberg, invece, è dettata dal chiaro obiettivo di trattenere sempre più persone sulla piattaforma. Vivere online, ma solo su Facebook. Senza cambiare mai dominio. Più tempo, più dati forniti, più pubblicità impressionate, in totale più soldi. Il contentino ai media, la fetta grossa a Zuckerberg.

Il grande Rudy Bandiera ha affermato come Facebook stia sorpassando Google, e il futuro sarà sempre più suo. Secondo me un po’ ha ragione. Ha fatto acquisizioni intelligenti e importanti (Instagram, WhatsApp). Sta vivendo il suo momento di gloria in anni dove la crisi dei media tradizionali è arrivata ad un punto da fargli trovare la strada spianata. Regala mele avvelenate, e nessuno pensa di rifiutarle. Perché l’apparenza inganna.

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One comment on “L’ho letto su Facebook

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