La fine dello scrittore professionista

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Sono reduce dal Salone del Libro di Torino, piacevole manifestazione di editoria, cultura e scambio relazionale che ha però, a parte qualche performance fuori-programma, colpevolmente glissato su una delle più recenti polemiche che si è sviluppata proprio all’interno del mondo che rappresenta: la crisi economica di alcuni editori che hanno smesso di pagare, da tempo, i propri autori e collaboratori.

Il caso più eclatante è stato quello di ISBN Edizioni, fondata dieci anni fa da Massimo Coppola, ben narrato qui da Christian Raimo, che ha poi vissuto uno sviluppo online con un botta e risposta tra l’editore insolvente e i creditori a vario titolo. Non voglio entrare nello specifico di una questione che è stata già ampiamente sviscerata: il rischio d’impresa esiste anche nel difficile (ma fiscalmente agevolato) mondo dell’editoria, e la solidarietà che va ai lavoratori non pagati ha pure un sapore di accettabile ineluttabilità. Non a caso, la situazione emersa per ISBN è solo la punta di un iceberg mediatico che riguarda molte altre realtà.

Questa polemica mi ha ricordato qualcosa, invece, che riguarda più da vicino gli autori.

“Da grande voglio fare lo scrittore”

Quante volte lo avete sentito dire da persone vicine a voi. Se non è accaduto, è perché eravate voi stessi a dirlo. Il sogno del successo attraverso la scrittura, mi riferisco perlopiù alla narrativa, è una delle eredità più pesanti dell’immaginario collettivo del Novecento. E’ effettivamente esistita un’epoca in cui si poteva essere solo scrittori e vivere dei proventi dei propri libri. Maggiore era la fama, maggiore era l’editore e le copie vendute, maggiori erano i guadagni. Chi era in cima alle classifiche di vendita (potevate trovare Gadda, Pasolini o Moravia, pensate un po’) era benestante, se non ricco, ma gli altri non se la passavano male. E non avevano bisogno di fare altro.

Questo era valido fino al secolo scorso, appunto. Già la grande diffusione del media televisivo aveva cambiato molte cose. Da principale mezzo d’intrattenimento assieme al cinema, il libro divenne un prodotto d’approfondimento, di nicchia, difficilmente popolare, se non per produzioni decisamente più basse e commerciali rispetto alle decadi precedenti. Con l’avvento di videogiochi, internet, smartphone, la concorrenza nell’attenzione è divenuta quasi insostenibile.

Nonostante la domanda sia calata (nei grandi numeri, non nelle nicchie verticali), l’offerta non si è adeguata, moltiplicando case editrici, generi e titoli. Ai giorni nostri chiunque ha pubblicato (o auto-pubblicato) qualcosa. La battuta “In Italia ci sono più scrittori che lettori” fa ridere fino ad un certo punto. E’ l’effetto della disintermediazione, del fatto che ognuno ha una propria audience, un pubblico target, qualcosa da dire (sicuri?). L’amico Riccardo Scandellari è tra quelli che considera il libro un ottimo strumento di Personal Branding, ad esempio. Ma quanti ci guadagnano? Pochi. Quanti vivono di libri? Pochissimi, direi. Quelli con cifre di vendita che contengono molti zeri. La rivoluzione mediatica ha scavato un solco ancor più profondo tra gli autori di bestseller (sempre più rari e prezzolati) e tutti gli altri.

Vedo autori di presunti casi letterari, tradotti anche all’estero, che continuano a vivere di consulenze, digital PR nel migliore dei casi, marchette in giro per eventi nel peggiore.

Vedo scrittori pubblicati dai Big Italiani (Einaudi, Mondadori, Rizzoli) che per pagare mutuo e bollette fanno altro (insegnanti, uffici stampa…).

Credo che i tempi siano maturi, per chi non l’ha ancora capito, per mandare in soffitta l’immaginario collettivo del romanziere ricco e famoso. Quello che va in giro con una Jaguar, indossa smoking, beve Manhattan ed è circondato da belle donne. Lo dobbiamo alla nostra coscienza, perché è evidente che ci ha traviato e ci fa soffrire.

La scrittura è cambiata, e con essa il mondo che ne fa un lavoro. Sul tema del cambiamento della letteratura e di tutto l’indotto produttivo e culturale, Gianluigi Simonetti ha scritto un post più articolato e ponderato. Da leggere.

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