Gli italiani e il basket, amore a intermittenza

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“Gli italiani scoprono il basket”. Quante volte abbiamo letto o ascoltato questa frase, negli ultimi giorni? Merito dei risultati della Nazionale allenata da Simone Pianigiani, imperfetta ma efficace e divertente, eppur simbolo di un Paese che non ha memoria, e che non la pallacanestro, da sempre, ha un rapporto distratto nella migliore delle ipotesi, casuale nella più realistica. Poi ci sono quelli come me, quelli che la pallacanestro la seguono da sempre, che conoscono tutti i giocatori della rosa, dal primo all’ultimo, con caratteristiche, pregi e difetti. Quelli che sanno cos’è un pick and roll. Quelli che fanno spallucce quando gli altri si sorprendono che Gallinari sia così forte, che Belinelli sappia tirare molto bene da tre punti (e che si prenda anche dei tiri troppo forzati), che Bargnani sia così fragile. Siamo anche un po’ infastiditi, abbiamo lo stato d’animo degli amici di cui ci si ricorda solo quando serve un favore. Gli italiani scoprono il basket solo quando fa notizia, quando vince. Come la pallavolo, se non peggio, perché il volley viene praticato nelle scuole, la pallacanestro meno.

Eppure la pallacanestro (nata nel 1891) in Italia si pratica da quasi un secolo. Il primo campionato nazionale è datato 1920, tra i più antichi di qua dell’Oceano. I club italiani hanno saputo farsi rispettare in Europa per decenni, vincendo edizioni multiple delle Coppe tra gli Anni Sessanta e gli Anni Ottanta. Nacquero dinastie in terreni fertili, come quelle del triangolo lombardo (Milano, Varese e Cantù). Compagini composte da tutti italiani, a eccezione di uno o due stranieri, di solito americani usciti dal college o veterani di mille battaglie incapaci di fare il grande salto. Erano gli anni in cui era un onore anche soltanto essere chiamati al draft NBA, come accadde nel 1970 a Dino Meneghin (Atlanta Hawks), perché oltreoceano gli europei non andavano mai, le franchigie erano poche e il dislivello ancora ampio. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta il movimento cestistico azzurro capitalizzò una nidiata formidabile: oltre a Meneghin, il grande regista Pierluigi Marzorati, il cecchino Antonello Riva, la bandiera felsinea Renato Villalta e l’universale Roberto Brunamonti. Allenata da Sandro Gamba, questa squadra riuscì a inanellare un argento olimpico (Mosca 1980, forfait degli americani), e uno storico oro agli europei di Nantes (1983). Il basket riempiva i palazzetti, ma era sempre e comunque un fratello minore del calcio. Uno sport minore, nei momenti migliori il più noto tra tutti.

Gli Anni Novanta videro un ricambio generazionale e una maggiore attenzione mediatica a traino della generazione NBA di Michael Jordan e del primo Dream Team, che colpì di riflesso anche la Penisola. Più soldi, più investimenti, non più risultati, a eccezione di quelli conseguiti dalla Basket City, Bologna, che sul finire del decennio vide scontrarsi in un derby sul campo (e non solo) le due realtà cittadine, Virtus e Fortitudo. Una rivalità che si tradusse in colpi di mercato faraonici e una drammatica finale scudetto (1998) decisa da Sasha Danilovic. Gli anni Novanta portarono anche numerosi successi alla Nazionale Italiana, due argenti e un oro europeo, quello del 1999, con una rosa di grande talento guidata dall’airone bianco Gregor Fucka, da Carlton Myers e da Andrea Meneghin, figlio di Dino, un grande talento vessato da troppi infortuni. Il basket miliardario degli Anni Novanta lasciò presto spazio alle macerie, le due bolognesi furono radiate per problemi di debiti, iniziò un periodo durissimo per i nostri club in ambito internazionale. Nonostante tutto, la Nazionale riuscì a compiere quella che è tuttora la più grande impresa agonistica della storia nostrana, l’argento alle Olimpiadi di Atene del 2004. Guidati da Carlo “Charlie” Recalcati, gli azzurri riuscirono a superare la fortissima Lituania nelle semifinali e a piazzarsi sul podio davanti agli Stati Uniti dei professionisti NBA, tra cui un giovanissimo Lebron James. Una formazione all’apparenza più operaia delle precedenti, che riuscì ad avere la meglio di avversari più blasonati grazie a grinta e gioco corale, oltre alla classe di Gianluca Basile, Gianmarco Pozzecco e capitan Giacomo Galanda, tra gli altri.

Anche all’epoca qualcuno scrisse che gli italiani si erano innamorati del basket. Le vittorie fanno dire queste cose. La popolarità persistente è un’altra questione, però, e la prova del tempo è stata impietosa. Per un campionato nazionale che è diventato sempre più povero, dominato per un decennio da una formazione (Mens Sana Siena) che è stata poi radiata per illecito sportivo, per un’affluenza media sempre più bassa che ha convinto molti a non investire più, in un circolo vizioso che da quest’anno ci ha privati di un’altra formazione storica (Virtus Roma, iscritta nella non professionistica serie A2). Per un interesse mediatico che preferisce mettere sotto i riflettori sport che poco hanno a che fare con la nostra tradizione (qualcuno ha detto rugby?), e che hanno risultati e numero di tesserati oltremodo carenti.

Di tante cose con cui gli americani ci hanno colonizzato culturalmente, nel Dopoguerra, il basket è una di quelle che hanno attecchito soltanto parzialmente. Non è “troppo americano” come il football e il baseball, che da noi lasciano tracce irrilevanti. Ci sono tante nicchie, anche importanti, un numero di tesserati (circa 300mila) secondo solo al calcio, ma nulla che riesca ancora a farlo uscire da quello status di “sport minore”. Non so se questa sia veramente la Nazionale più forte di sempre, sarà comunque difficile raggiungere il podio, la speranza è che sia l’ultima a far scoprire il basket agli italiani. Perché non ce ne sarà più bisogno.

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