Perché il giornalismo italiano è diventato storytelling

saviano

La polemica occorsa nei giorni passati tra il DailyBeast e Roberto Saviano è solo l’ultima goccia di un vaso traboccato da un bel pezzo. Le differenze tra l’approccio italiano e quello anglosassone al giornalismo sono note da tempo, e non fanno che dilatarsi con il passare degli anni. Non è un caso se, nei rari casi in cui vengono a toccarsi, lo scontro è assicurato (ricordate Gianni Riotta contro Glenn Greenwald?).

Una distanza storica e sociale

Il giornalismo anglosassone è storicamente il cane da guardia dell’opinione pubblica nei confronti della classe dirigente. Gli editori fanno quello di mestiere, non hanno interessi in altri ambiti, e rispondono del loro operato esclusivamente ai propri lettori e abbonati. Le testate non guardano in faccia a nessuno se hanno un’inchiesta da pubblicare, ed è più volte capitato (cfr. Watergate) che da alcune iniziative giornalistiche venissero a galla magagne governative tali da portare alle dimissioni del politico di turno. I giornali anglosassoni danno molta importanza ai fatti, e ogni edizione è ricca di approfondimenti e inchieste, mentre i pezzi di opinione sono riservati quasi solo alle cariche più alte della redazione.

Il giornalismo italiano è solitamente espressione di una lobby o di un’area politica. Gli editori sono imprenditori che operano in mille altri settori, e che più o meno influenzano la linea editoriale delle proprie testate. Un giornale di area politica filo-governativa tenderà ad essere più morbido con la propria estrazione e più duro con quella dell’opposizione, e viceversa. I giornali italiani danno molta importanza alle opinioni e al peso della “firma”, ogni edizione è piena di editoriali e meno ricca di approfondimenti.

Gli effetti del berlusconismo

L’ascesa di Silvio Berlusconi ha contribuito a creare un cortocircuito inedito e a estremizzare caratteri e consuetudini già discutibili del mondo giornalistico italiano. Negli Anni Novanta nacque la cosiddetta anomalia italiana, con tre poteri (politico, economico e mediatico) nelle mani della stessa persona.

Il dibattito pubblico, in una Nazione uscita da Tangentopoli, si semplifica in un pro e contro-Berlusconi. Gli schieramenti erano palesi: da una parte le testate di proprietà del Cavaliere, dall’altra tutto il resto, chi più chi meno. Anche giornali storicamente moderati e conservatori non si sottrassero al conflitto, che venne combattuto, tra le altre cose, a colpi di reciproche pubblicazioni di intercettazioni.

Anche per i lettori era impossibile non schierarsi. Scegliere il giornale da leggere significava scegliere di leggere o meno certe notizie, essere più o meno berlusconiano o anti-berlusconiano. Anche se praticamente finito, il Ventennio ha lasciato molte tracce nei piani editoriali:

  • Articoli e inchieste a orologeria: vi siete mai chiesti perché in certi periodi non si parla d’altro che di un tema? Non è casuale, basta vedere quello che accade attorno all’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino
  • Il giornalismo protagonista: la nascita di figure di giornalisti più vicine a uomini di spettacolo, solitamente cavalcando una singola tematica. Basti pensare a Marco Travaglio con lo stesso Berlusconi, oppure ad Andrea Scanzi con il Movimento 5 Stelle.

Il problema economico

Poi venne la Rete e lasciò soltanto macerie, soprattutto in Italia. Ho scritto più volte (qui, qui e anche qui) circa gli effetti devastanti della rivoluzione informativa di Internet e sulla complessiva incapacità dei giornali italiani di adeguare un modello produttivo e contenutistico che non poteva più essere fisiologicamente lo stesso.

I giornali italiani hanno sempre considerato il Web come un media di serie B, salvo poi correre ai ripari con grande ritardo. I giornali italiani si sono fatti beffe, per anni, del fenomeno blogging, salvo poi riempire le rispettive versioni online di blog d’autori più o meno VIP, più o meno improvvisati, un’altra orda di opinionisti pronti ad azzuffarsi a colpi di post sull’ultimo trend del momento. I giornali italiani hanno sempre considerato i social network come posti per contenuti di basso livello (qualche volta anche esplicitamente, ricordate Il Messaggero?), salvo poi cavalcare essi stessi l’onda del clickbait e delle notizie non verificate.

Il tutto, condito con una situazione numerica non florida: il crollo delle vendite del cartaceo, gli abbonamenti digitali che non sono mai cresciuti a sufficienza, la fuga degli inserzionisti, un modello economico che zoppica, le alternative che altrove funzionano e qui no (qualcuno ha detto paywall?).

In un contesto storico e attuale del genere, non è una sorpresa che da noi abbia preso sempre più piede quel modo di (non) fare giornalismo che è ora in voga chiamare storytelling. Attenersi ai fatti, verificarli, produrre delle inchieste, sono tutte azioni che comportano dei costi (economici e di tempo) che sempre meno testate sono disposti e in grado di sostenere. Raccontare una storia (straordinaria, estrema, particolare) è molto più semplice, si può alterare, estrapolare dal contesto, creare empatia, rabbia, click e condivisioni. Fare qualcosa di più simile all’intrattenimento che all’informazione, dare al pubblico quel che vuole sentire e non quel che dovrebbe leggere. Il giornalista diviene narratore e alimenta il proprio ego. Poco importa se il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di analizzare la norma per raccontare la realtà.

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