Sulla Rappresentanza

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Le recenti (e non troppo spontanee) dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma mi hanno richiamato alla mente alcune riflessioni di carattere più generale sullo stato democratico in Italia, e sul sistema di rappresentanza politica che dovrebbe sostenerlo.

Il caso dell’ex-chirurgo sfiduciato internamente dal suo stesso partito e acclamato da migliaia di sostenitori al Campidoglio è emblematico di una scollatura tra quello che una volta era il “popolo sovrano” e le dirigenze dei partiti politici.

Il problema della rappresentanza è divenuto tale con il crollo della Prima Repubblica, sgretolata dall’inchiesta Mani Pulite. Fino ad allora il sistema prevedeva l’esistenza di partiti politici “tradizionali” che a grandi linee detenevano una linea di pensiero (socialista, comunista, liberale…) e formavano la propria classe dirigente. I politici facevano la “gavetta” negli ambiti locali e, se erano validi o comunque capaci di conquistarsi la fiducia del proprio seggio elettorale, venivano infine promossi in ambito nazionale. Il senso di questo sistema era che l’elettore “conosceva” l’eletto, lo aveva visto crescere, farsi le ossa, sapeva cosa attendersi da lui, era sicuro che su certi temi avrebbe espresso il pensiero di chi lo aveva mandato in quel Consiglio o in quella Camera parlamentare. Li avrebbe rappresentati, insomma, spesso anche a dispetto della linea del partito: in quel caso c’erano le cosiddette correnti interne.

Non sto affermando che questo sistema fosse esente da difetti (qualcuno ha detto “voto di scambio”?), è indubbio che garantisse, appieno o quasi, la rappresentatività degli organi istituzionali.

Gli Anni Novanta, il Berlusconismo, la Seconda Repubblica hanno cambiato molto o tutto. Alcuni partiti tradizionali sono stati spazzati via, altri hanno cambiato per sempre identità, annacquandosi in precarie coalizioni mentre nascevano i partiti-azienda totalmente identitari con il fondatore-padrone. In un’ottica di gestione verticistica, i politici divennero sempre più dipendenti dal proprio leader carismatico, al punto da essere scelti e assunti come in un qualsiasi rapporto lavorativo. Il politico-dipendente era per questo motivo sostituibile, debole, senza alcuna personalità, si perdeva nella massa di un partito che mirava soltanto a occupare i seggi e a far votare le leggi ai suoi come burattini ubbidienti, un partito senza passato e senza futuro, destinato a implodere dopo la caduta del leader.

Questa filosofia si suggellò con il Porcellum di Calderoli, con cui i partiti ottennero carta bianca nel formare (e bloccare) le proprie liste elettorali. Il cittadino non poteva più indicare preferenze, ma solo votare la lista in blocco. Si trattò del minimo storico assoluto in termini di rappresentanza politica. I partiti facevano quel che volevano, al punto da inserire candidature improvvisate con personaggi (sportivi, gente dello spettacolo…) che non avevano mai fatto politica in vita loro, al solo scopo di raccogliere voti dai loro fan.

Contro questa logica si schierò l’allora nascente Partito Democratico, d’ispirazione statunitense, che sdoganò l’esercizio delle cosiddette primarie, votazioni atte a far scegliere i candidati da presentare alle elezioni. Era un modo per riavvicinare il cittadino alla politica, che si era macchiata di molte malefatte e aveva da tempo rotto il rapporto fiduciario, dando il via a numerosi populismi. Lo stesso Berlusconi, in un cortocircuito di contraddizioni, aveva cavalcato con successo, per due decadi, l’immagine dell’imprenditore chiamato a risollevare un Paese che era rimasto impantanato per colpa dei politici.

La politica attiva, partecipata e rappresentata diveniva il sale della buona politica. Iniziò anche il periodo della commistione tra la politica e la cosiddetta società civile, ovverosia personaggi che si erano dimostrati eccellenti in vari ambiti e che entravano in politica per portare la loro esperienza. Laura Boldrini, Piero Grasso. Ma anche Ignazio Marino, appunto. Solo che in molti si stanno rimangiando la parola, sulla rappresentanza e sulla politica partecipata. Soprattutto quelli che ne avevano fatto una bandiera. Meglio che i candidati me li scelga io, segretario di partito, piuttosto che i cittadini. Perché poi finisce che eleggono uno con cui non vado d’accordo, che non si presta alle mie strategie e infine sono costretto a sfiduciarlo. Anche i Cinque Stelle, con la loro democrazia diretta, sono stati presto smentiti dalla prova pratica. Prima espulsioni a raffica per chi osava anche solo contraddire la linea dettata da Grillo e Casaleggio, poi la nascita di un direttorio. Erano un Movimento, ora sono un partito. Anche loro, come gli altri, raccolgono voti, ma non rappresentano più.

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