La fine di Twitter 3

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Negli ultimi tempi si sta diffondendo una brutta sensazione, tra addetti ai lavori e non solo, riguardante lo “stato di salute” di Twitter. Uno degli ultimi casi in cui mi sono imbattuto è questo post di Massimo Fiorio su Facebook, ma la Rete ne è piena (leggetevi questo post di Rudy). Di certo non aiutano certe manovre aziendali (il ritorno di Dorsey, il taglio dei dipendenti…) e certe nuove scelte di prodotto.

Resta il fatto che, nell’attuale ecosistema di media, in particolare social, Twitter è quello che ha meno prospettive e pare destinato a recitare un ruolo sempre più secondario. Perlomeno, mantenendo la forma attuale.

Twitter è sempre meno figo, diciamolo. Come si è giunti a questa situazione? Ho alcune idee a proposito, e ve le propongo in ordine sparso.

Forte identità, scarsa flessibilità

A differenza di altre piattaforme meno connotate, Twitter si è fin da subito imposto come un prodotto dalla forte identità, l’ideale per la gestione di news ed eventi, grazie all’immediatezza, alla sintesi, alla facilità di comunicazione. Questa caratteristica ha fatto sì che emergesse alla spalle del gigante Facebook come l’alternativa più “fighetta”, quella da smart user, quella che premia i contenuti.

L’estrema verticalità di Twitter è anche il suo maggior limite. Come migliorare, come evolvere un prodotto del genere, senza snaturarlo?

Redditività

Per quanto sia figo, anche Twitter ha alle spalle un’azienda (quotata in Borsa, tra l’altro) con lo scopo di generare degli utili per azionisti e investitori. Solitamente un social network monetizza profilando i dati dei propri utenti per opportune campagne di advertising diretto. Anche Twitter ha messo in piedi la propria piattaforma, con risultati finora inferiori alle attese.

Perché Twitter Ads non sta funzionando? Un paio di spunti:

  • Twitter non raccoglie dati personali in maniera esaustiva, di conseguenza non riesce a veicolare il messaggio promozionale verso un target ben definito, e questo produce un tasso di conversione insoddisfacente.
  • Certi risultati (hashtags in TT, per esempio) possono essere raggiunti, se non sorpassati, utilizzando una rete di influencer, un modo che oltre a risultare più “spontaneo” bypassa completamente Twitter. Quanti di voi cliccano sugli hashtag che riportano la dicitura “sponsorizzato”? Pochi, vero? Per un approfondimento sull’influencer marketing, leggetevi questo post di Skande.

Interazione

Twitter ha sempre sofferto di una user experience carente nella gestione delle conversazioni tra i vari utenti, soprattutto se più di due. Questa premessa non giustifica però il crollo dell’interazione che si è registrato negli ultimi tempi. Si tratta di un fenomeno che può essere ricostruito sulla base della spiccata selezione all’ingresso che questo social compie.

Twitter non è per tutti, e quando un utente si registra, a meno che non abbia qualcosa da dire, compierà le seguenti azioni:

  • Seguirà i VIP di cui è fan
  • Abbandonerà il suo account

Ecco perché le conversazioni si sono polarizzate intorno agli account popolari (celebrità, giornalisti, battutisti…), e, a parte i soliti markettari che promuovono se stessi condividendo link, il resto degli utenti è muto e passivo. Come in TV.

Second Screen

Sul ruolo di Twitter come second screen dell’intrattenimento televisivo ho già scritto in passato. Non nego che sia ancora un fenomeno interessante, aggiungo però che anche in questo caso l’effetto polarizzante ha prodotto molte macerie. Se osservate i Trending Topic, sono quasi sempre relativi a programmi televisivi (il resto è roba di One Direction o giù di lì). Ecco che il livello dei contenuti scende verticalmente, ecco che Twitter diventa un subalterno della televisione. E non è più molto “figo”.

Tutto il resto

Facebook ha ampliato il suo spettro d’influenza acquistando Instagram, un Twitter molto più accattivante e popolare perché basato sulle immagini, e WhatsApp, il più popolare servizio di messaggistica istantanea, mettendosi in casa un’altra vagonata di dati personali.

Twitter ha tentato di ampliare la propria offerta prima con Vine (brevi video),  poi con Periscope (dirette video streaming). In entrambi i casi, dopo il primo effetto-sorpresa, si è finiti direttamente nel dimenticatoio.

Ed è lì che finirà Twitter stesso, se non cambierà in una maniera efficace. Anche a costo di non essere più Twitter. Figo non lo è già più.

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3 thoughts on “La fine di Twitter

  1. Reply Andrea Torti Nov 12,2015 16:41

    I problemi in casa Twitter esistono, nessuno lo nega: e dire che, senza “facebookizzarsi”, alcuni semplici cambiamenti potrebbero già migliorare molto la UX: tanto per citarne un paio piuttosto richiesti, sarebbe bello avere la possibilità di editare i tweet, e – come già ricordato nel post – strumenti ad hoc per le conversazioni di gruppo.

    Eppure, continuo a sperare che l’uccellino blu continui a svolazzare 🙂

  2. Reply Fabio Palacino Nov 21,2015 05:01

    Ottimi spunti di riflessione. Vorrei aggiungere anche un commento più scontato e banale, ma reale e pratico. La stragrande maggioranza delle persone trova molto più naturale l’approccio su Facebook, basato sulla ricerca delle amicizie e sulla condivisione di pensieri e contenuti, ed invece fa fatica a capire “come funziona” Twitter, cosa sono e a che servono gli hashtag, e trova ostico il dover misurare i caratteri, pratica limitante associata al “vecchio” SMS. Solo una minoranza, un’elite di utenti trova che questo limite sia stimolante perché spinge alla sintesi, per sfociare poi nella battuta ad effetto, o addirittura nella produzione di aforismi.

    • Reply Enrico Giammarco Nov 25,2015 23:40

      Ciao Fabio,

      Il problema di Twitter è che hanno capito troppo tardi che fare un prodotto “figo” senza avere idea di dove andare a parare non avrebbe portato a nulla. Adesso si trovano in un grave problema di posizionamento del prodotto, paradossalmente più grave di Google Plus, che forse ha trovato la strada per uscire dai confronti impossibili e improbabili con Facebook.

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