Le tragedie come vetrine dei media

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Quanto accaduto nella serata di venerdì, a Parigi, evoca scenari e dinamiche tipiche della guerra che ormai non possono più essere taciuti, e che troppo spesso abbiamo finto di non notare.

In questo post preferisco concentrarmi su un tema che seguo da sempre, ovvero come i media hanno trattato (e stanno trattando) la strage terroristica nella capitale francese. E’ infatti indubbio come siano proprio tragedie di questa portata a costituire una sorta di vetrina dei mezzi d’informazione, impegnati in una specie di “gara” a chi copre meglio l’evento.

Purtroppo per il nostro Paese, non ci troviamo di fronte né a virtuosismi come quelli mostrati nel serial-cult The Newsroom, né al lavoro rigoroso di testate internazionali come Guardian o New York Times, che in situazioni del genere, durante la diretta, si limitano a riportare i nudi fatti (verificati) senza alcun commento o ipotesi.

Siamo in Italia, e abbiamo la stampa che ci meritiamo. Ecco una serie di annotazioni su quanto visto o letto durante questo weekend.

Le scommesse sui morti – Perché tutte le volte che accade una strage, dobbiamo leggere numeri di ogni tipo? Venerdì sera Repubblica e Corriere erano distanti di molte decine di unità. Basterebbe attendere i bollettini ufficiali, senza la fretta di pubblicare la prima cifra bisbigliata da qualcuno, o addirittura di fare previsioni al rialzo, come nelle aste.

Scrivere con la pancia – La fretta è cattiva consigliera anche di stimati editorialisti come il direttore de L’Huffington Post, Lucia Annunziata, che venerdì notte edita un pezzo dove evoca scenari da Terza Guerra Mondiale parlando di frontiere francesi chiuse come il preambolo per una situazione dove “può accadere tutto”. In realtà, le frontiere francesi non sono chiuse, è stato revocato temporaneamente il trattato di Schengen, e sono stati ripristinati i controlli. Ma il pezzo è ancora lì, senza alcuna variazione.

Il limite dei canali all-news – Quando la tragedia è nel vero senso della parola “in diretta”, sono in molti ad affidarsi ai canali all-news come Sky TG24 per gli aggiornamenti in tempo reale, per informarsi e capire qualcosa di quel che sta accadendo. Il problema di questi canali, a volte, è che devono mantenere l’attenzione per ore e ore, spesso riciclando informazioni o facendo focus su dettagli irrilevanti e pruriginosi. Ieri è stato mandato in onda, più volte, il video della fuga da Place de la Republique, anche quando era già stato spiegato come si trattasse di un falso allarme. Fa parte di quella ricerca continua di empatia, magari postando le foto Facebook della vittima italiana, raccontando storie, eclissandosi, in sintesi, dall’informazione.

Titoli bastardi – Sulle prime pagine di Libero non voglio dilungarmi troppo, farei il loro gioco anche solo parlandone.

Marketing postumo – La strage di Parigi è anche un modo per recuperare l’opera di Oriana Fallaci, soprattutto quella legata agli ultimi anni di vita della scrittrice-giornalista, descritta come una Cassandra da Pierluigi Battista sul Corriere. Un modo per fare un favore all’ex-consorella RCS Libri, editore di tutti i libri della Fallaci?

Clickbait sul panico – Come era lecito attendersi, questi giorni è stato tutto un fiorire di bufale, alcune delle quali sono state già smontate da Le Monde (leggetevi a tal proposito questo post de Gli Stati Generali). Purtroppo, molte erano già state rilanciate anche dalle testate nostrane, come per il caso dei presunti kalashnikov ritrovati in un SUV al centro di Roma, ben descritto da Pier Luca Santoro, e che chiama ancora in causa, dopo alcuni mesi, testate come Il Messaggero.

Se le tragedie sono veramente la vetrina per i media, i nostri stanno messi malissimo. Sta crescendo il numero di persone che s’informa direttamente con TV e giornali stranieri, la lingua (inglese, ma non solo) è sempre meno un ostacolo, grazie al ricambio generazionale. Perché accontentarsi di chi fa (male) i riportini? La differenza c’è e si vede.

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