Lavoro, tempo, felicità

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Sono stati giorni fertili per il ministro Poletti, con varie dichiarazioni che hanno lasciato un segno, ovvero che hanno fatto discutere molto addetti ai lavori, parti sociali, persone comuni. E’ inevitabile, se presiedi il dicastero del Lavoro.

Aldilà delle polemiche sterili sui voti di laurea, quel che mi ha più interessato è il dibattito sull’orario di lavoro. Mi interessa perché il mondo del lavoro sta mutando velocemente come tanti altri aspetti della nostra società, ma occorre tenere gli occhi aperti affinché il cambiamento non sia la giustificazione per abbattere diritti. Stiamo già vivendo una situazione per cui una situazione d’emergenza sembra giustificare delle strette sulla libertà di comunicazione e sul diritto alla privacy, ad esempio.

La frase di Poletti è pericolosa perché, come argomenta sapientemente Alessandro Gilioli, trasuda implicitamente un tentativo di legare il salario al raggiungimento di un obiettivo. Non so se Poletti sia in buona fede oppure abbia secondi fini, non è importante saperlo, in questo momento. Il rischio di prendere a spallate l’attuale rapporto di lavoro basandosi sulla superficialità delle frasi fatte non prevede giustificazioni sulle intenzioni.

Su una aspetto, comunque, Poletti ha ragione. Il mondo del lavoro sta cambiando, e non per tutti il parametro dell’orario ha ancora un valore effettivo. Semplificando molto, potrei classificare le tipologie di lavoro in queste tre grandi macro-categorie:

  • Lavori di prodotto: sono tutte quelle professioni che concorrono, fattivamente, nella realizzazione di un bene. Sono in larga parte eredità del Novecento industriale, ma non solo.
  • Lavori di servizio: professioni che comportano l’erogazione di un servizio verso il cliente. Centrando il focus sul servizio si ricade in una marea di settori, dal commerciale (il barista, ad esempio), ai trasporti (conducente di autobus/treno), fino al mondo dell’informatica (helpdesk). La rivoluzione digitale ha, in un certo senso, contribuito ad espandere il cosiddetto settore terziario.
  • Lavori impiegatizi/manageriali: sono quei tipi di professione non direttamente legati a un prodotto o a un servizio, ma che possono essere ricondotte a un processo oppure a un progetto. Il lavoro di un dipendente che lavora nell’amministrazione finanziaria di un’azienda, per esempio, può essere ricondotto al processo di revisione contabile della stessa.

Ora, è evidente come le prime due categorie debbano ancora essere regolamentate dall’orario di lavoro. Anche se non subordinato alla legge della “catena di montaggio”, chi lavora nei servizi è tenuto a rispettare degli orari “di copertura”. Un negozio resta aperto nell’orario di esercizio, a prescindere dalla presenza di clienti da servire, e così via.

Diverso è il discorso legato alla terza categoria, effettivamente svincolata da un legame temporale lineare. Seguendo il ragionamento di Gilioli, l’automazione e l’intelligenza artificiale stanno agevolando la crescita numerica di questa categoria, togliendo unità alle prime due. Ogni braccio meccanico in fabbrica elimina il lavoro di X operai, e crea Y posizioni lavorative, tecnici che si occupano dell’installazione/configurazione/manutenzione. Ogni e-commerce che nasce può essere la causa (indiretta o meno) della chiusura di negozi fisici e del taglio di X addetti alla vendita, creando Y posizioni da informatici che si occuperanno della creazione e manutenzione della piattaforma. E’ l’evoluzione, vero? Il problema è che in quasi tutti i casi X è molto maggiore di Y.

Siamo sempre più numerosi, e ci sono sempre meno tipologie di lavori. Oppure professionalità sempre più specializzate, non riservate alla massa, che è lo stesso. Prima o poi si porrà il problema di regolamentare il rapporto di lavoro su parametri differenti. Anche da un punto di vista logistico, aggiungerei. Ho già scritto, in passato, sul telelavoro e sulle difficoltà (soprattutto da noi) di riconoscerlo e metterlo in pratica. Il nocciolo del problema è soprattutto culturale. Di fronte a un’evoluzione che ci sollecita la necessità di lavorare “meno” e tutti, contrapponiamo l’ideologia dello straordinario ordinario, dell’eterna reperibilità e disponibilità, del tempo libero come socialmente inaccettabile.

Ne ha già scritto l’attivista David Graeber, l’idea che il lavoro sia un valore morale in sé, e che chiunque non desideri sottomettersi a un’intensa disciplina lavorativa per la maggior parte delle sue ore di veglia non meriti niente, torna straordinariamente comoda a molti. Il tempo è un’altra forma di redditività, la storia ci dice che finora è stata quella che siamo sempre stati più disposti a svendere. In fondo, chi ha del tempo libero può anche impiegarlo per essere felice.

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