Quale opinione conta

Giulietto-Chiesa

Secondo gli standard qualitativi “tradizionali”, una testata giornalistica era di qualità nella misura in cui soddisfaceva ai seguenti tre requisiti:

  1. Indipendenza dal Potere (inteso come politica, ma anche come eventuali lobby di riferimento)
  2. Capacità di raccontare (e discernere) i fatti
  3. Garantire una pluralità di opinioni

In Italia, mentre sul primo aspetto abbiamo sempre fatto una grande fatica, dato che la maggior parte dei gruppi editoriali sono sempre stati di proprietà di imprenditori (e pure di un politico, lo sapete bene), sul secondo da qualche tempo abbiamo alzato bandiera bianca privilegiando le storie ai fatti, ma sul terzo potevamo ancora dire la nostra. Ferruccio De Bortoli è orgoglioso di aver ospitato sulle pagine del Corriere due grandi firme dal pensiero opposto come Tiziano Terzani e Oriana Fallaci, ad esempio.

Un giornale “tradizionale” aveva una linea editoriale di massima, ma poteva ospitare dei pezzi d’opinione diverse, ma comunque utili al dibattito pubblico. Il grado di distacco tra testata e editorialista poteva essere misurato dalla presenza di una frase tipo “Questo articolo rappresenta l’opinione di…non della testata”, che implicava una presa di distanza valevole (soprattutto) in eventuali querelle giudiziarie.

Quanto sono cambiate le cose con la rivoluzione digitale? Poco o nulla, direi, nonostante per qualche vecchia volpe il giornale online non sia equiparabile a quello cartaceo, quasi come fosse un porto franco dal quale dissociarsi quando conviene. Il cambio del modello di revenue ha portato molti giornali a cercare sempre più il click facile e sempre meno una coerenza d’immagine, ancor prima qualitativa che editoriale.

La nascita dei blog all’interno dei giornali online è stata la conseguenza di una strategia di content marketing che poco aveva a che fare con una direzione editoriale, e molto sull’inseguire una tipologia di approccio (e di linguaggio) che fino a qualche tempo prima si aveva denigrato (o si continuava a farlo) e che conveniva inserire visto che tirava.

Quanto sono responsabili le testate rispetto a quanto i blogger (di solito opinionisti, VIP, molto spesso anche giornalisti) scrivono? Ne più ne meno di quanto accadeva per i pezzi d’opinione. Diverso è invece il discorso sulla qualità di quanto pubblicato, su eventuali filtri all’ingresso. Pubblicare post come quello di Giulietto Chiesa, un mix di delirante complottismo che fa acqua da tutte le parti, è accomunato da una strategia pro-traffico-condivisioni simile a quello di inserire le famose spalle destre con i “link buffi” (Luca Sofri li chiama “boxini morbosi”), ma probabilmente crea dei danni maggiori alla reputazione della testata. Perché la donna svestita o la papera sul red carpet non li prendi neanche in considerazione come contenuti, un editoriale che ha tutta la facciata della serietà pur mettendo insieme idee improbabili ti fa riflettere sul lavoro redazionale di chi ha selezionato.

Garantire ospitalità a una “voce esterna” implica un avallo editoriale oppure è solo uno scambio di favori (io ti do la mia firma, tu mi dai il tuo pubblico) nella speranza di aumentare traffico e condivisioni?

P.S.: di recente Alessandro Gazoia ha pubblicato un interessante saggio che tratta proprio l’argomento. Ve ne consiglio la lettura.

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