Stazione Undici, distopia al femminile

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A chi non piacciono i romanzi distopici? Io ne sono appassionato da sempre, e la curiosità mi ha portato a scoprire, tramite i consueti meccanismi algoritmici di Amazon, l’opera dell’autrice canadese Emily St John Mandel, intitolata Stazione Undici. Si tratta del suo quarto libro, ed è quello che l’ha lanciata nel firmamento degli autori d’Oltreoceano, candidandolo a svariati premi e facendole vincere il prestigioso Arthur C. Clarke Award, riconoscimento che prende il nome dal famoso autore del romanzo da cui Kubrick ha tratto 2001 Odissea nello spazio.

Stazione Undici, in realtà, è un romanzo distopico solo sulla carta, ovvero nel preambolo narrativo da cui si sviluppa (un’epidemia di una forma letale d’influenza, detta georgiana, che decima la popolazione mondiale), ma che manca volutamente del necessario approfondimento socio-politico che il genere si porta dietro, per dare spazio ad esiti e scenari post-apocalittici che fanno da sfondo a degli intrecci più da genere romance che da eredi di Orwell.

Sì, perché l’opera viene tracciata su nove parti prive di linearità temporale, così come i capitoli, brevi, medi o lunghissimi, si alternano tra le epoche (prima e dopo del “collasso”) rivelando i tanti legami tra i protagonisti, ricostruendo una trama che nell’incipit è frammentata almeno quanto il mondo privo di tecnologia che si trascina senza troppe prospettive dopo l’epidemia. Questo aspetto di narrare eventi accaduti prima del punto di non ritorno è piuttosto originale per il genere, e permette al lettore di approfondire parecchio i caratteri principali della storia. Tra questi spiccano Arthur Leander, l’attore che muore in scena la sera stessa del contagio, ma che poi rivive in tanti ricordi e flashback, e Kirsten, una bambina-attrice che assiste alla morte della star di Hollywood e che poi ritroviamo a recitare nell’Orchestra Sinfonica Itinerante, un rozzo tentativo artistico post-collasso, un barlume di luce e speranza per chi non vuole limitarsi a combattere solo per la propria vita.

L’autrice si focalizza molto, con indubbia efficacia, sugli effetti del collasso sulle abitudini delle persone. I sentimenti dei personaggi, e come tutto quel che poteva essere importante e scontato prima del collasso divenga futile e irraggiungibile dopo, sono alcuni dei capisaldi tematici dell’opera, che almeno nella fase iniziale, e nella presentazione del personaggio del Profeta, tende fin troppo ad anticipare e promettere, illudendo un po’ il lettore sul reale peso narrativo di cotanto antagonista. La scrittura è di buona qualità, così come l’edizione italiana ad opera di Bompiani.

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