#Brexit, e la scomparsa dei leader 1

cameron

Negli ultimi giorni si è parlato tanto, per ovvie ragioni, del risultato del referendum britannico circa l’uscita dall’Unione Europea. Si è cercato, in tutte le maniere, d’inquadrare l’esito (la vittoria del Leave) in un’ottica via via sempre più affine alla visione, o al background, del commentatore di turno. Noi italiani siamo, da sempre, campioni del mondo nell’interpretare i risultati politici esteri secondo la nostra convenienza, e quello che probabilmente diverrà uno dei fatti più rilevanti del 2016 non poteva sottrarsi a questa tradizione.

Come dicevo, ci sono stati vari passaggi evolutivi nell’analisi del voto.

Fase uno: la sconfitta di Cameron

La reazione più immediata è stata quella di sbeffeggiare David Cameron, (ex) premier inglese, colui che ha lanciato il referendum per poi venirne travolto.

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Una sconfitta senza se e senza ma, che ha portato il primo ministro alle immediate dimissioni.

Fase due: lo scontro generazionale

Il giorno dopo iniziano ad uscire alcuni sondaggi post-voto e, oltre alla netta spaccatura di posizione tra Londra, Scozia e Irlanda del Nord da una parte, e Galles e resto dell’Inghilterra dall’altra, emerge un altro dato inquietante. Lo scarto generazionale tra chi voleva rimanere (i giovani) e chi è voluto uscire (i vecchi). L’ennesimo argomento a favore del mood “ci avete rubato il futuro”.

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Fase tre: i giovani che se ne fregano

Un altro giorno di riflessione, e poi, tra i tanti, ci ha pensato il buon Enrico Letta da Parigi a leggere in maniera più esaustiva il dato di voto, aggiungendo il dato d’affluenza alle urne.

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Altro che scontro generazionale: sono i soliti giovani, cresciuti nella bambagia dei privilegi conquistati dalle generazioni precedenti, che sono capaci a mettere un like ma che non si prendono la briga e la responsabilità di esprimere la loro opinione dentro un’urna. Emergono anche pezzi belli, ancorché limitati nella lettura del dato socio-politico, come quello di Anna Momigliano.

Fase quattro: le bugie hanno le gambe corte

Nel frattempo, all’interno del gruppo dei favorevoli al Leave, dopo i festeggiamenti iniziali i conti iniziano già a non tornare più. C’è chi come Boris Johnson getta acqua sul fuoco del panico iniziale e prende tempo circa l’effettiva uscita del Regno Unito dalla UE, c’è invece chi come Nigel Farage deve fare i conti con tutte le menzogne dette durante la campagna referendaria.

Appare comunque peculiare e inquietante che tutte queste rimostranze e fact checking emergano solo a referendum concluso, e che molti inglesi inizino a interessarsi della questione solo il giorno dopo, come emerge da questa infografica di Google Trends.

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Fase cinque: anche i laburisti sono nel caos

Finalmente qualcuno inizia a rendere conto della sua condotta anche a Jeremy Corbyn, il leader dei laburisti. Il suo silenzio durante la campagna referendaria è stato assordante. E tira aria di resa dei conti anche all’opposizione, visto che ben ventitre ministri-ombra si sono dimessi.

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Conclusioni

Ho riepilogato una sintesi estrema delle tante opinioni che si sono affastellate negli ultimi giorni. Tirare le somme non è semplicissimo, i sondaggisti sbagliano ogni giorno di più, e i risultati politici vengono interpretati in maniera biunivoca senza colpo ferire, come dimostrano questi titoli de Il Messaggero e La Stampa a valle delle elezioni spagnole.

messaggero_stampa_brexit

Però un filo rosso c’è. La distanza tra la politica e il mondo reale, gli elettori, i ceti sociali, insomma, il popolo, non è mai stata così ampia.

Abbiamo un David Cameron che indice il referendum soltanto per risolvere le beghe interne al suo partito, incalzato dall’ala più conservatrice guidata proprio da Johnson. Non indice un referendum, comunque consultivo, per spirito democratico, in più lo promuove malissimo, lo personalizza al punto da finirne sconfitto politicamente. E, probabilmente, consegnato alla pensione e alla storia che non sarà clemente con lui.

Abbiamo un establishment politico italiano che si è messo in coda (guidato dal presidente emerito Giorgio Napolitano) per rilasciare dichiarazioni preoccupate e contrariate contro la “democrazia di pancia”, riprendendo il vecchio discorso sui limiti del suffragio universale, come se il problema fosse nell’elettorato, e non in chi lo ignora per cinque anni per poi andare a chiedergli il voto.

Abbiamo i sempre combattivi e loquaci esponenti dei movimenti anti-sistema, che in tutti i Paesi fanno a gara a chi la spara più grossa contro i governi, allevano il proprio elettorato a pane e bufale, riempiendogli la pancia senza proporre alcun programma.

E infine abbiamo l’elettorato, spaesato, confuso, schifato dalla politica (quella dei partiti tradizionali), dalla burocrazia (quella dell’attuale UE), che avrebbe bisogno di affidarsi a qualcuno con delle reali idee di cambiamento, e che alla fine si concede sempre e solo al più “nuovo”, fino alla prossima delusione, fino alla prossima amnesia.

E veri leader, ahinoi, non se ne vedono all’orizzonte…

One comment on “#Brexit, e la scomparsa dei leader

  1. Reply attikus Giu 30,2016 08:40

    considerazioni interessanti….. anche se, pur non volendolo, aggiungono ‘voci’ al coro dei tifosi (fintamente disinteressati e mossi SOLO dal – loro!!! – interesse comune).
    Il mio pensiero, invece, è leggermente diverso: “it has been their decison…. so, please, shut up & take care of you!.

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