Gli scaduti, Lidia Ravera e la rottamazione generazionale

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Ho già criticato in passato alcuni aspetti del giovanilismo, il trend di pensiero che ha imperato negli ultimi anni, non a caso durante l’ascesa politica di Matteo Renzi. Velocità e rottamazione, sono queste le due declinazioni pratiche di una filosofia che poggia le sue basi su un ricambio generazionale che segua forzatamente quello naturale e anagrafico, e che dietro a un problema reale (la lenta introduzione e affermazione delle “nuove leve” nel mondo produttivo e sociale) omette alcune considerazioni che, lungi dall’essere esaustive, permettono di vedere il fenomeno sotto una luce un po’ diversa.

E’ un dato di fatto che le classi dirigenti prolunghino sempre più il loro periodo d’insediamento al potere, è altrettanto vero che la qualità e la durata della vita media di un uomo, grazie al complessivo benessere, stanno aumentando di anno in anno. I sessantenni di oggi non sono certo i sessantenni di cent’anni fa, ma persone ancora nel pieno delle loro funzioni e produttività. Quanto è corretto forzare il loro ritiro solo su una base numerica, oltretutto palesemente non aggiornata con i tempi?

Questa è la domanda alla base de “Gli scaduti”, l’ultimo romanzo di Lidia Ravera che ho letto qualche settimana fa. Si tratta di un’opera che parte da uno spunto distopico per riflettere pacatamente sul tema della rottamazione. L’autrice immagina una società futura (italiana) in cui tutti i sessantenni, al compimento dell’età, vengano “ritirati”, ovvero messi su un treno e mandati in qualcosa di simile a una casa di riposo.

Dopo gli anni del Grande Disordine, il potere è dunque in mano ai “giovani” (veri o presunti tali), che governano presieduti da un Lider Maximo fin troppo ricalcato sulla figura del Matteo Nazionale, e sollecitano le donne a farsi ingravidare nell’età perfetta, misurata attorno ai 25 anni (vi ricorda qualcosa?). Il lettore è chiamato a famigliarizzare con questo modello sociale attraverso le vicende di Umberto ed Elisabetta, una coppia matura di dirigenti che si vedono costretti loro malgrado a vivere una separazione coatta a causa del ritiro dell’uomo, giunto oramai a scadenza.

Umberto ed Elisabetta sono un’eccezione che conferma la regola. I due resistono come coppia solida e innamorata in un mondo in cui la promiscuità sessuale al di fuori del matrimonio non è solo ben accetta, ma implicitamente suggerita per favorire l’equilibrio relazionale. Elisabetta è ben vista dalle sue assistenti giovani, ed è ancora tollerata dal direttorio nel suo incarico di elevata responsabilità. “Resistere” è il leit-motiv della loro esistenza, soprattutto nel momento in cui Umberto viene ritirato. La loro resistenza è basata unicamente sulla speranza di un ricongiungimento nel momento in cui anche Elisabetta “scadrà”, raggiunti i sessant’anni. Ma le cose non sono proprio così, aldilà delle promesse del figlio, il giovane rampante Matteo.

Lo spunto narrativo è in realtà quello della separazione, mentre la riflessione sullo scontro generazionale resta sfumata sullo sfondo di riti e assurdità rappresentati quasi in toto dall’aggressiva moglie di Matteo, il personaggio che racchiude tutti i diktat della filosofia rottamatrice. In fondo i due “vecchi” non si mostrano così contrari a passare il testimone, e ammettono che i tempi del Grande Disordine, quelli che viviamo tuttora, quelli con una classe dirigente impegnata a procrastinare all’infinito la propria sfera d’influenza, non erano così buoni. Eppure nessuno può realmente accettare di essere “scaduto”, e non è colpa di nessuno se ora la gente, mediamente, vive più a lungo.

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