Stranger Things, la nostalgia diventa stile 2

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Viviamo un’epoca dove sempre più spesso la scrittura cinematografica e televisiva non è altro che riscrittura. Siamo pieni di idee preesistenti, colmi di minestroni narrativi che mescolano trame e immaginari. Questa è l’era dei remake, dei reboot, delle sceneggiature tratte da fumetti, videogiochi. Non è sempre un aspetto negativo, avere alle spalle un immaginario collettivo così pesante.

In un contesto del genere, la nuova serie originale Netflix, Stranger Things, si erge a prodotto di punta perfetto per chi voglia studiare quel grandissimo debito culturale ed emozionale che un po’ tutti noi ultra-trentenni riconosciamo agli Anni Ottanta.

La pletora di riferimenti al cinema di genere horror/adolescenziale/fantasy/fantastico/fantascienza è qualcosa che va oltre a quel gusto un po’ furbo un po’ emotivo per il citazionismo, quello esibito, ad esempio, da JJ Abrams nella sua pellicola di culto Super 8. La serie dei Duffer Brothers ha il pregio di sviluppare una trama avvincente e non scontata partendo da una serie di topos narrativi volutamente non originali.

  • Un gruppo di amici sfigati che affronta qualcosa più grande di loro grazie alla coesione e all’inventiva. E’ un po’ il canovaccio di titoli come Goonies, ET o Stand by meStranger Things ha il pregio di ricordarci com’erano visti i nerd prima che essere nerd diventasse cool, una tendenza sdoganata nei mass media da prodotti come Big Bang Theory.
  • Il muro generazionale. Non sono d’accordo con chi riconosce a questa serie un’evoluzione di fronte al classico schema eighties dei “genitori assenti”. I filoni narrativi sono tre, perfettamente divisi in fascia d’età: il gruppo dei ragazzini da scuola media, le vicende degli adolescenti in età da John Hughes, le ricerche degli adulti, interpretati dalla madre di Will (Winona Ryder) e dallo sceriffo (David Harbour). Solo nel finale i tre gruppi uniranno le loro forze e collaboreranno, ma né il personaggio di Joyce tantomeno il rude Hopper possono essere catalogati come genitori classici. La donna è vista da tutti come una pazza (e a tratti ne ha tutti i comportamenti), mentre il capo della polizia di Hawkins vive con un senso di colpa insanabile nei confronti della figlia morta per leucemia. I genitori “veri”, quelli tipicamente anni ’80, ci sono eccome, e sono quelli di Mike e Nancy, ignari, increduli, inutili ai fini della trama.
  • Il sovrannaturale nudo e crudo. Qui si pesca nella filmografia di Carpenter, decisamente. Le spiegazioni ci sono e non ci sono, sono nebulose, e vengono affidate al prof di scienze dei ragazzi. Nessuno vuole veramente sapere cosa sia il “sottosopra”, o quale sia il rapporto tra Undici (pessimo adattamento italiano) e quella dimensione parallela. Si riporta in auge la beata ignoranza e la sospensione d’incredulità che film come Matrix, con la loro necessità di spiegare ogni singolo aspetto di un mondo fantastico, avevano mandato in soffitta.

Stranger Things è un ottimo prodotto sia a livello tecnico (colonna sonora, fotografia) sia come riuscito esercizio di stile sulle ali della nostalgia. La lunghezza contenuta (otto episodi) ha permesso agli autori di non annacquare la linearità della trama principale con dei riempitivi di bassa qualità, anzi, credo che si siano lasciati troppi aspetti sospesi alla vigilia dell’ultima puntata, tanto da sacrificarne alcuni (ad esempio il personaggio interpretato da Matthew Modine).

L’auspicio è che l’annunciata seconda stagione verta su aspetti totalmente distinti, e non sia un sequel di uno script che ritengo non abbia più molto da dire, e che rischierebbe di cadere nel parodistico.

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