La terza stagione di Black Mirror

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Charlie Brooker è tornato, e con la terza stagione di Black Mirror fanno di nuovo festa i neoluddisti. I diritti della serie TV britannica sono stati infatti acquistati da Netflix che ha già opzionato la quarta stagione per il 2017. Questa proliferazione di episodi e stagioni mi lascia un po’ perplesso. Data la struttura storica della serie (episodi totalmente slegati l’uno dall’altro, autoconclusivi, verticalmente tematizzati e dalla struttura replicabile), il rischio di attingere al “già visto, già trattato” diventa sempre più elevato, ed è verificabile anche durante queste sei puntate rilasciate lo scorso venerdì.

Il problema con Black Mirror risiede nell’enorme distanza che di solito si crea tra com’è e come viene percepito. Come scrivevo qualche riga fa, ogni episodio diventa facilmente il portabandiera visivo di alcune idee promulgate da personaggi come Nicholas Carr o Sherry Turkle, e agevola enormi semplificazioni dei cosiddetti media tradizionalisti che, come Antonio Pavolini scrive nel suo libro, sono sempre in prima fila per demonizzare la Rete e tutte le sue derivazioni, presunte o meno che siano. Sì, perché come avevo scritto in passato, il focus di Black Mirror resta l’uomo e le sue debolezze nel relazionarsi con la tecnologia. L’uomo è utilizzatore, l’uomo delega, l’uomo sbaglia. E in questi sei episodi Brooker lo afferma con ancor più forza.

black-mirror-nosediveNosedive (in italiano Caduta Libera) dipinge un mondo integralmente basato sulla reputazione online. Avere una media alta incide anche nella vita reale, chi frequenti, i locali dove puoi entrare, gli sconti e le agevolazioni a cui puoi accedere. E’ così diverso da quanto accade nella nostra società? Il vero dramma risiede nell’importanza che gli viene riservata dalle persone. La protagonista dell’episodio, Lacie, è ossessionata dal raggiungere una media di 4,5 per poter entrare in un’elite che le è stata preclusa fin dall’infanzia. Quest’episodio ha molto in comune con i temi espressi in “Fifteen Million Merits” (prima stagione). Anche lì c’è una ricerca ossessiva di riprova sociale, seppur declinata sul piano della fama televisiva. La fotografia e la scenografia estremamente luminose e ricche di colore sono intenzionalmente usate per comunicarci quell’atmosfera di apparenza e finzione che ci riporta ad altri film del genere futuristico con implicazioni sociali (Her, La donna perfetta…), ma ritengo che Nosedive sia un po’ scontato e manchevole di un finale degno.

black-mirror-playtestPlaytest (in italiano Giochi Pericolosi) affronta il tema della realtà virtuale nei videogiochi, ed è pregevole per come è ben costruito sul dubbio dello spettatore tra la realtà e la finzione del gioco, e sullo spostarsi tra più piani di azione. La tensione e il ritmo non mancano, ed è un bene, perché in uno scenario dannatamente simile a un livello di Resident Evil, nulla è ciò che sembra, e i continui twist surrogano l’assenza di una tematica forte o quantomeno originale.

black-mirror-3Shut up and dance (in italiano Zitto e Balla) affronta in maniera geniale il tema dell’onta digitale, o dello sputtanamento online. Qui non c’è nulla di futuristico, è tutto dannatamente reale e riproducibile. Una serie di persone vengono ricattate e costrette a compiere azioni non volute sotto la minaccia di diffondere informazioni lesive della loro reputazione. L’aspetto inquietante è verificare cosa essi siano disposti a fare, pur di non essere esposti. E’ l’esposizione in sé che terrorizza, a prescindere da quel che si ha da nascondere, più o meno grave che sia, come nel caso del personaggio centrale, il giovane Kenny. Quest’episodio è l’ideale contraltare di “The National Anthem” (prima stagione), dove l’esposizione pubblica era il prezzo da pagare per un riscatto.

black-mirror-san-juniperoSan Junipero è un episodio assai destabilizzante, visto che per quasi metà del suo sviluppo sembra di essere finiti in una commedia anni ’80 firmata da John Hughes e rimasta negli archivi per le sue tematiche troppo spinte per l’epoca (amore omosessuale femminile). Forse è un modo che ha Brooker per aderire all’idea di un mondo culturalmente succube del passato, in cui la storia sia “finita”, ma solo dopo la metà i dubbi si dipanano, e si capisce perché si tratti di una puntata di Black Mirror, perché San Junipero tratta gli stessi temi di Be Right Back (seconda stagione), ovvero morte e assenza, vita eterna e felicità, purtroppo lo sviluppa in una maniera più banale, dato che le due protagoniste si trovano nella medesima condizione, e il finale conferma questa impressione. Visti i toni da romance, qualcuno potrebbe apprezzarlo come una boccata d’ossigeno tra i temi più ansiogeni del resto della serie.

men-against-fireMen Against Fire (in italiano Gli uomini e il fuoco) flirta in maniera originale con l’idea hobbesiana dell’homo homini lupus, della ricerca continua e consapevole dell’aggressività e di un nemico da combattere. Le motivazioni dietro la guerra sono volutamente futili e appena accennate, l’ambito puramente militare che all’inizio è preponderante lascia poi lo spazio a delle interessanti riflessioni sulla selettività dei ricordi, in linea (anche nel finale) a quelle presenti in The Entire History of You (prima stagione).

black-mirror-hateHated in the Nation (in italiano Odio Universale) è l’episodio più lungo di sempre di Black Mirror, 90 minuti, praticamente un lungometraggio, ed è incentrato nel raccontare i fenomeni del cosiddetto “Odio nella Rete”. I fenomeni d’indignazione di massa sono una realtà già da alcuni anni, e più volte abbiamo vissuto dei casi di persone che hanno poi pagato delle conseguenze per delle azioni social discutibili (per esempio questo). Brooker realizza un piccolo gioiello sfruttando quella che è la miglior caratteristica di questa serie, ovvero prendere la realtà e portarla al livello superiore del suo lato oscuro. Ecco allora che un Hate speech sui social si trasforma in qualcosa di reale e drammatico, ovvero un assassinio. E’ la tecnologia a renderci così, oppure siamo noi, gli uomini, a esacerbarla dietro le nostre ossessioni e frustrazioni, per poi rinnegare la gravità delle nostre azioni? Se tutti hanno partecipato a una gogna, nessuno è abbastanza colpevole da poter subire processo. Costruito come un giallo investigativo, disorientante fino all’ultimo, si tratta (assieme a Shut Up and Dance) del miglior episodio della stagione e di uno dei migliori di sempre.

In generale, Black Mirror si conferma una serie di elevatissima qualità realizzativa e recitativa. La moltiplicazione degli episodi porta fisiologicamente a un andamento ondivago della qualità complessiva delle sceneggiature, una certa ripetizione delle strutture e l’impressione che Brooker si stia definitivamente allontanando dalla distopia più classica per attingere su temi più astratti e di ampio respiro. Forse perché la realtà, nel frattempo, lo sta affiancando…

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Ci aggiorniamo nel 2017 per la prossima stagione, nel frattempo se siete dei nostalgici del formato fisico e volete collezionare gli episodi delle prime due stagioni, potete acquistare i cofanetti qui.

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