La scuola cattolica

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Per la prima volta ho letto un libro vincitore del Premio Strega nello stesso anno in cui l’autore ha ricevuto l’ambito riconoscimento. Ero rimasto incuriosito dalla presentazione dell’opera, che ho seguito nell’ambito di Libri Come, lo scorso marzo, con annessa recensione positiva di Francesco Piccolo. Mi avevano colpito le parole di Christian Raimo, che seppur non risparmiando critiche, avevano elevato il libro di Edoardo Albinati a un’importanza letteraria riservata a pochissimi, negli ultimi anni. Avevo raccolto in giro le prevedibili polemiche da social attorno al testo edito dalla Rizzoli.

Ho affrontato La scuola cattolica con il timore di chi non leggeva da tempo immemore tomi di cotanta voluminosità (e parliamo di giganti come Dostoevskij e Thomas Mann), con la preoccupazione di chi non ha mai terminato L’uomo senza qualità di Robert Musil, e con il pregiudizio di chi da tempo si sta allontanando dai testi eccessivamente verbosi, privilegiando lo stile minimalista. Avere optato per l’edizione digitale mi ha perlomeno salvato da problemi ortopedici.

Cos’è La scuola cattolica? Domanda difficile, per un’opera oggettivamente complessa. Romanzo? Di formazione, generazionale? Memoir? Ho maturato la convinzione che il libro di Albinati non abbia neanche entrambi i piedi all’interno dell’ambito narrativo. L’enorme varietà di contesti letterari che lo abitano me lo fa accostare a una specie di Zibaldone, un insieme di appunti, bozze e prove raccolte per uso privato, di quelle che vengono pubblicate dopo il decesso dell’autore. Il problema (non per lui, ovviamente) è che Albinati è tuttora vivo e vegeto, e che La scuola cattolica ci è stato calato dall’alto dall’intero establishment letterario italiano come libro-manifesto. Manifesto di cosa?

In questa ricca e a volte disorientante stratificazione di idee, ricordi ed esperienze che è La scuola cattolica, ritengo vi siano due frangenti in cui Albinati lascia il segno dando senso e importanza all’opera: la determinazione del Maschio e la fenomenologia della società borghese, entrambe declinate in salsa italiana, con un rapporto di reciprocità inscindibile. Il maschio italiano è fisiologicamente violento perché figlio (represso) dell’educazione cattolico-borghese imperante almeno fino a qualche anno fa, quelli dello scrittore, per l’appunto. Questa frase è un’enorme e banale semplificazione, Albinati la spiega e la dimostra assai meglio, servendosi scientificamente di uno dei fatti di cronaca nera più eclatanti della storia italiana, il Delitto del Circeo, compiuto da dei giovani di buona famiglia cattolico-borghese, ex-compagni di scuola di Albinati, il San Leone Magno (SLM nel libro).

Il DDC, come lo chiama Albinati, viene spesso referenziato in molte parti del libro, pur occupando poche pagine nella narrazione vera e propria dell’accaduto. E’ usato dall’autore come una sorta di passepartout nella memoria collettiva. E’ un’operazione non nuova, l’ha fatta più volte, ad esempio, lo stesso Francesco Piccolo in Il desiderio di essere come tutti, solo che Albinati “truffa” un po’ il lettore, produce tra le pagine un lungo e continuo teaser del DDC, per poi risolverlo in maniera sbrigativa, perlomeno per gli standard di lunghezza complessiva dell’opera. Egli in fondo sa che dopo più di quarant’anni non c’è ancora molto di nuovo o realmente interessante da dire sul DDC, eppure è conscio di non poterne fare a meno, che i pregevoli racconti di scuola, dei compagni di classe e delle loro famiglie, non sono sufficientemente esemplari per dimostrare la sua tesi. In questo senso il libro non definisce un immaginario collettivo, ma si limita a riconoscerlo.

La scuola cattolica non è quindi destinato a restare nella memoria come manifesto di una generazione verso cui l’autore è fin troppo indulgente, ma come un vero dizionario del linguaggio borghese, grazie al minuzioso lavoro di ricerca di Albinati. Dove l’opera è meno convincente è, ad esempio, nella caratterizzazione del Quartiere Trieste, quello sì appiattito a mera e ideale location delle famiglie “per bene” che si avvalgono dei servizi scolastici e religiosi del SLM, e in una generale pedanteria del dettaglio, che esplode nel caso di Arbus, personaggio ossessivo e ossessionante nella penna dello scrittore, capace di tirarlo in ballo in ogni contesto per dipingerlo come un’artificiale e inesauribile fonte di riflessioni.

Un discorso a parte lo merita la struttura dell’opera. Se da un lato può sembrare figo dire “ho fatto editing non tagliando e accorpando come chiunque si sarebbe atteso”, dall’altro l’assenza di una direzione ha inciso negativamente su svariate parti del libro, rendendolo debole. L’orgoglio di sbandierare una voluta imperfezione dell’opera appartiene a un feticismo da addetti ai lavori, quelli a cui La scuola cattolica vuole fortissimamente rivolgersi, non cercando a priori di attecchire su di un audience popolare.

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