Ballard e la ribellione della borghesia

condominio

«Incapaci di manifestare i propri sentimenti o di reagire a quelli altrui, soffocati sotto una coltre di elogi e approvazioni, si sentivano imprigionati per sempre in un universo perfetto. In una società totalmente sana, l’unica libertà è la follia.» (Un gioco da bambini)

Pochi autori come James Graham Ballard sono stati accostati e ricusati da così tanti generi o movimenti letterari, al pari di un frequentatore occasionale dopo aver consumato una fugace notte di passione. Per lo scrittore britannico si sono espressi pareri così diversi l’uno dall’altro da essere talvolta opposti e nondimeno tutti legittimi.

Comunemente Ballard viene apparentato alla fantascienza, complice l’aver operato in un periodo storico così fertile e innovativo per il genere. Ma è vero? Basta essere un coetaneo di Philip K. Dick e aver scritto alcuni romanzi a tema apocalittico (la cosiddetta “Tetralogia degli Elementi”) per essere etichettato come autore fantascientifico tout-court? Nessuno degli espedienti narrativi contenuti nelle opere dello scrittore britannico ha la finalità di puro intrattenimento immaginifico, ma è un mezzo, un pretesto per descrivere la natura umana e i suoi desideri, così importanti per definire la morfologia del mondo che essa crea.

E’ per lo stile anti-conformista delle sue opere che James Ballard viene spesso associato al post-modernismo. In Condominium (1975), episodio finale della trilogia di romanzi iniziata con Crash (1973) e L’isola di cemento (1974), la narrazione salta agevolmente da un capitolo all’altro cambiando il focus sul protagonista. Ve ne sono tre, e interagiscono tra di loro in diversi momenti della storia principale, coinvolgendo il lettore nelle rispettive opinioni sugli altri due. E’ una tecnica raffinata che ci fa smettere di credere alla verità assoluta, con una terza persona algida e trasformista, che non trascina il lettore nella noia, ma lo conduce danzando attraverso i differenti piani di azione. Si tratta di una scelta che oggi è meno inconsueta (basta leggere anche l’ultimo romanzo di Franzen, Purity), ma che all’epoca era piuttosto innovativa.

Non possiamo ignorare, infine, un filo conduttore esistenzialista che scorre tra le pagine dei romanzi, soprattutto nei più recenti, la “tetralogia di Cocaine Nights”, una sequela di opere dove Ballard prende di mira la classe media, borghese, e la crisi che la sta attanagliando, da qualche decennio. Lo scarto stilistico tra l’autore di Regno a Venire (2006) e scrittori-simbolo del movimento come Moravia e Sartre è nella diversa reazione che essi fanno interpretare ai loro personaggi, di fronte alla crisi di motivazioni che si è fatta largo nella società nel corso dell’ultimo secolo. Se personaggi come Dino o Antoine Roquentin di fronte al rilievo sulla complessiva inutilità della vita rispondevano con la consapevole passività nel subire gli eventi, i protagonisti di Ballard esibiscono una vasta gamma di sentimenti espressivi, primo fra tutti la rabbia, e lo fa per reazione agli stimoli esterni propinati da una serie di simboli del capitalismo che può variare di opera in opera. Il condominio, il centro commerciale, l’automobile: per ciascuno di essi Ballard ha costruito un’opera letteraria con lo scopo di raccontarci l’evoluzione (involuzione) borghese.

La classe media dipinta dallo scrittore inglese finisce quasi sempre per regredire allo stato primitivo per l’esacerbarsi delle dinamiche accentrate attorno agli idoli del consumismo. E nel sottolineare questo processo, James Ballard è stato tutt’altro che fantascientifico o distopico. E’ stato ottimo profeta.

Vuoi ricevere i post via email?
I post della settimana, ogni venerdì alle 9, più qualche sporadica lettera.
Rispetterò la tua privacy

Lascia un Commento